Mentre vado alla Sala Chiamata, dove i suoi 1200 figli stanno per dare l'ultimo saluto al console Paride Batini, penso alle parole dette da Maggiani a mentelocale.it giovedì 23 aprile: Batini, il suo Porto - cioè la Compagnia Unica - e anche un po' Genova, vivono e hanno vissuto nonostante la storia. In questo modo hanno contribuito a farla, la storia. Lo scrittore spezzino dice anche che è per questo che Genova gli piace.
Per una persona come me, che ha vissuto sempre ai margini del porto ma non ci è mai entrato dentro, è una strana sensazione. I miei familiari, commercianti dell'angiporto, hanno lavorato per decenni davanti ai cancelli del porto. Lì sono cresciuto. Tutt'ora abito in un palazzo dove ho come vicini tanti portuali o ex portuali. Eppure, a chi nel Porto non ci entra, a chi resta fuori, quel mondo appare chiuso, affascinante e misterioso. Tanto che a volte è difficile capirlo. Ha descritto bene questa sensazione, dall'interno, lo stesso Batini. Nel libro L'occasionale (Marietti) - scritto con Giordano Bruschi, nel quale racconta la sua storia – si legge “È difficile spiegare bene cosa si provi: lo si vive come un fatto gelosamente proprio, come una sensazione che è capita da quelli che, come te, fanno parte di quel gruppo, di quella corporazione”.
Così, quando arrivo alla Chiamata, li vedo tutti lì i membri di quella famiglia, che negli anni Sessanta contava 8.500 soci, mentre oggi sono circa 1.200. Padri e figli, giovani e vecchi insieme. E anche se non posso capire fino in fondo il dolore che provano, per una volta riesco a sentirmi, almeno per un momento, dentro il porto. Lì, vicino a generazioni di lavoratori - perché camallo si resta per tutta la vita – ci sono tutti: le istituzioni al completo, con il Presidente della Regione Burlando che non riesce a fermare le lacrime, la Sindaco Marta Vincenzi, il Presidente della Provincia Repetto. Ci sono anche gli avversari di sempre - terminalisti e armatori – Messina, Musso, Spinelli.
In momenti come questo è più difficile del solito cercare di penetrare nella testa dei camalli. E mentre l'omelia di Don Gallo, emozionatissimo e amico fraterno di Batini, attraversa epoche storiche – la cinque giorni di sciopero del 1900, la resistenza, la rivolta del '60, la crisi degli anni Ottanta – negli occhi lucidi della platea si vede la perdita di un punto di riferimento imprescindibile. «Abbiamo fatto una vita da cani – si sente in Sala – ma lo rifarei, dall'inizio alla fine». L'orgoglio di essere portuali: lo stesso che faceva salire Batini sul tram con il gancio ben in vista (come ha scritto sempre ne L'occasionale) e che lo faceva correre verso l'ingresso del porto in modo che lo vedessero bene tutti.
Poi c'è la persona. Sergio, vent'anni in banchina, dice del console: «l'ho incontrato il primo giorno di lavoro. Scaricavo sacchi pesantissimi, e mi feci male alla schiena. Così andai da lui a dirglielo. Fu molto gentile, comprensivo. Non è facile trovare persone così in un mondo duro, dove è molto presente il mito della virilità». Nei pensieri della gente, come sui titoli dei giornali, sembra che con il console se ne sia partita un'epoca. Qualcuno dice il Novecento. Quel Novecento che si vede nei pugni alzati cantando l'Internazionale, di fronte al feretro che esce dalla Sala.
Ora il punto interrogativo riguarda il futuro, quello che verrà dopo il Novecento. Su questo, come sempre quando viene a mancare un vero leader, nessuno ha la risposta in tasca.