Commovente, nell'accezione positiva del termine. Perché, Sulla rotta di Gulliver, il nuovo spettacolo della Compagnia Multietnica del Suq, è un balsamo per i sensi e la coscienza. Emoziona e commuove come una rappresentazione sacra dell'umanità. Mette in scena la rabbia e lo stupore del confronto tra sguardi e pensieri diversi. È naif, ma straordinariamente intenso.
Dopo Gli stranieri portano fortuna, l'attrice e ideatrice del Suq Carla Peirolero e l'antropologo e scrittore Marco Aime con la Compagnia Multietnica del Suq proseguono nell'impresa - non facile, sempre a rischio di buonismo e semplificazioni - di narrare con musiche, danze e parole l'incontro e il migrare dei popoli e delle culture - al Teatro della Corte fino a giovedì 30 aprile, regia Enrico Campanati e Carla Peirolero.
A sipario chiuso. Un incrocio di sonorità multietniche ci accoglie. Non è ancora un concerto musicale, piuttosto un brullicare di suoni, musiche, voci e canti, un confuso e allegro insieme che si confronta, cerca di conoscersi come in una piazza. Poi si apre il sipario, i suoni diventano musica e danza, e corpi e strumenti dialogano: Roberta Alloisio (canto), Nour Eddine (canto, oud, hajhouj, darbouka), Jamal Ouassini (violino), Sanjay Kansa Banik (tablas, percussioni), Eyal Lerner (canto, flauti), Franco Minelli (chitarra, oud), Esmeralda Sciascia (canto), Cheikh Fall (djembe), Bruna Learchi (flamenco), Ibra Mbaye Ndoye (danza africana), Samuele Frangiacomo (tango), Francesca Oddone (tango).
Sfruttando il messaggio positivo sulla diversità del personaggio di Jonathan Swift, Lemuel Gulliver, Carla Peirolero è voce narrante che si interseca con le altre voci e salta dal viaggio del 1702, dell'occidentale in terre esotiche, ai viaggi contemporanei dell'anno 2000, indossando varie vesti: quelle linguistiche che con accenti o dialetti del nord Italia la trasformano in chi vive l'immigrazione da cittadino/a o da operatore/trice dei Centri d'accoglienza; oppure quelli poetici, speranzosi ma ache malinconici o arrabbiati di chi rischia la vita per arrivare nel paese di vino, pizza e mandolino, italiani brava gente e si sente dire che ci sono delle difficoltà o finisce recluso/a.
È la messa in scena del quotidiano confronto, ora armonico, ora stonato, ora felice ora penoso, tra sguardi che decidono di cedere alla voglia di conoscersi ma spesso si trinceano dietro la paura, il sospetto, la meschinità. È il racconto dell'Italia che vive o sopporta l'immigrazione e quella degli immigranti il cui sogno aveva preso qui residenza e tenacemente qui resta ancorato sostenuto, per esempio, dalla saggezza africana, carica di ironia e forza, di antichi proverbi:
per quanta fretta puoi avere, non puoi andare più avanti del tuo sedere
oppure
se non puoi girare il vento, gira la vela.
È la messa in scena di linguaggi e modalità espressive affatto diverse disposte a: guardarsi, ascoltarsi, capirsi, seppure mantenendo la propria specificità e quindi a tratti dissonare. È un happening che si nutre anche di chi in platea accoglie l'invito di questi ottimi musicisti e si lascia coinvolgere a costruire un ritmo fatto di bisillabi di, da, di dai e trascinato/a dalla forza del maestro Eyal Lerner dà vita a un vivace karaoke.
E, per i pochi minuti del bis, il teatro della Corte diventa disco: si balla e si canta sulle note del Suq.
Un aiuto a riflettere e a non fermarsi alle apparenze.