Un'Università più snella ed efficace. Questi gli obiettivi del progetto di riforma dell'Ateneo genovese – presentato in una sala gremita al Teatro della Gioventù, lunedì 4 maggio 2009 - secondo il Rettore Giacomo Deferrari, che ha invitato dipendenti e studenti per illustrare la nuova organizzazione.
In un momento di forte crisi, e di fronte a nuovi tagli che dovrebbero arrivare nel 2010, l'Ateneo rilancia, con quello che è stato definito “modello Genova”. O almeno così sembra. La bozza del nuovo Statuto dovrebbe essere deliberata entro dicembre 2009. La riforma cadrà comunque all'interno del progetto di Legge del Ministro Gelmini sulla Ricerca. Cosa ci aspetta?
La novità sostanziali riguardano la struttura: una piramide che ha il vertice negli Organi di Governo, una parte intermedia composta da 5 Scuole (che raggruppano le 11 vecchie Facoltà) e la base nei Dipartimenti, che passano da 50 a 24-26. Sarà compreso tra 50 e 125, invece, il numero di docenti per ogni Dipartimento.
Al rettore – che starà in carica sei anni e non sarà riconfermabile immediatamente - si affiancherà un Direttore Generale. Nel corso del suo mandato, il Rettore nominerà anche da 4 a 6 consiglieri del Cda (su 12). Ci sarà anche un Nucleo di Valutazione sul corretto funzionamento degli organi, composto da membri esterni. I partner privati potranno entrare nella Consulta d'Ateneo, ma solo se saranno anche finanziatori.
Qui il progetto completo della riforma.
Si tratta di una rivoluzione degli assetti dell'Ateneo, che ha suscitato subito pareri discordi e dubbi. Il primo – sollevato anche dal Presidente della Conferenza dei rettori Enrico Decleva al teatro della Gioventù – riguarda il potere che questa riforma concede al Rettore. Alcuni pensano che nominare il d.g., e metà dei consiglieri del C.d.a. sia troppo. Dall'altra parte, c'è l'accorpamento delle Facoltà e la riduzione dei Dipartimenti, che pone interrogativi sulla distribuzione delle risorse (sempre meno) tra le Scuole. Infine, ci sono i precari della Ricerca che, dopo gli ultimi burrascosi mesi, si oppongono ad un ridimensionamento dell'Università, e chiedono che la loro voce sia ascoltata.
Da una parte la presentazione di un progetto all'insegna dell'efficienza, del dinamismo, della semplificazione. Dall'altra i problemi di una Ricerca in costante e progressiva carenza di fondi.
Di fronte a questa situazione è difficile capire se la riforma sia un rilancio per il futuro o un canto del cigno.
Questa presentazione arriva a poche ore dall'ultimo rapporto Eurostat sull'istruzione nei Paesi dell'Unione Europea, in cui l'Italia non fa una bella figura. Solo 19 su 100 tra i 25 e i 34 anni posseggono un diploma, mentre la media è del 30% con punte in alcuni paesi - come Francia, Spagna, Danimarca, Svezia - del 40. Peggio di noi fanno solo Repubblica Ceca, Slovacchia e Romania. Il perché? Ciò che emerge dal rapporto è che, in Italia, riesce a laurearsi sopratutto chi se lo può permettere. Gli altri spesso finiscono per mollare. Andando avanti così non si migliora di certo.