Cinque ritratti impietosi di altrettante donne.
Arrivate in palestra per trovare un momento individuale, di affermazione? liberazione? resistenza? in realtà le cinque donne-personaggi di Sudore - scritto da Alessandra Vannucci e Laura Sicignano anche regista, al debutto al Teatro di Voltri del Cargo e dal 12 maggio alla Tosse - è proprio spogliandosi, che vestono i loro veri panni, quelli stereotipati, di schiave. Donne vittime di qualcun altro: della madre e di un fratello; di un amante che non rinuncia alla moglie; di un marito che le ha tradite; dei figli; di sostanze contro la depressione o contro l'ansia, o di un padre. Sono Bibi (Fiammetta Bellone), Alice (Arianna Comes), Amanda (Bearice Schiros), Agnese (Irene Serini) ed Eva (Raffaella Tagliabue) e sono costrette a condividere - ringhiandosi l'una con l'altra - uno spazio angusto, che continuamente tentano di sottrarsi. Sul palco ci sono le donne. Nel fuori scena sono collocati gli uomini: dall'istruttore, a figli, amanti, fratelli, padri e mariti ed è il loro sguardo maschilista - e non maschile - che conta, perché è del loro sguardo che vivono questi personaggi. Chi era venuto per vedere donne complesse e sfaccettate, contraddittorie ma consapevoli, fragili ma resistenti ha sbagliato indirizzo. Questo è il dramma delle donne senza speranza. A cui non sono concesse attenuanti.
Sono qui per lottare, ma sono perdenti. Sono qui per liberarsi ed espiare delle colpe? delle sconfitte? ma guardandosi allo specchio vedono solo la loro rabbia e l'errore è fatale a tutte. Nessuna pensa, tutte agiscono convulsamente.
All'interno di uno spazio di lotta-virtuale e di affermazione individuale solo fisica, governato da una voce maschile (fuori scena di Roberto Serpi) suadente e dominatrice, le cinque donne mettono tutte se stesse dentro la falsa speranza che muovendo e modellando il proprio corpo sapranno superare se stesse. Tutte, nessuna esclusa, sono in realtà destinate a cadere. Tutte sono destinate a non cogliere che non sarà la chirurgia estetica, né l'abilità di sferrare pugni da maschio a maschio, tantomeno quella di avere un ventre piatto, la soluzione giusta alla loro condizione. Niente libererà la madre da un amore ubuesco e ventresco, fagocitante, verso i figli maschi. Niente riporterà serenità alla donna tradita e lasciata sola senza figli da un marito arricchitosi forse anche grazie a lei. Niente sanerà il dolore di essere definita 'lenta come una lumaca' mentre il fratello è sempre stato 'bello come un angelo e dritto come un fuso'. Niente permetterà alla donna-di-potere di dominare il suo uomo essendo il suo capo. Non c'è niente da fare.
Su una scena nuda grandi vetri-specchio mobili si affollano (scene di Laura Benzi) per creare e disfare, frantumandolo, lo spazio e i corpi (forse si poteva osare di più lungo quest'idea), capaci di partecipare a momenti coreografici (a cura di Nicoletta Bernardini), salvo poi essere ora finestre ora specchi ora pareti della palestra. Tra gli specchi l'ininterrotto muoversi delle donne è un futile sbattere d'ali, mortifero - e mortificante? - come di farfalle intrappolate da un vetro chiuso che prospetta ma impedisce l'accesso all'aria, alla libertà e uccide, nello sforzo di superarlo, sbattendoci contro.
Un ritratto nichilista che dà spazio a quella parte di femminilità contemporanea che a vario titolo cerca sfoghi fisici e non la propria individualità. Impietoso - come si diceva in apertura - anche perché frutto del lavoro di donne - dalle drammaturghe, alle interpreti, dalla regista alla costumista alla scenografa - e primo evento di un momento più ampio che punta lo sguardo e invita alla riflessione sull'identità, i ruoli, i modi di essere, vedere e vivere la femminilità e la donna, il Festival del Corpo Femminile Mutazioni ( a Genova fino al 24 maggio). Impietoso messaggio da lanciare a tutte coloro che faticosamente e quotidianamente tentano di raccontare e proporre altre femminilità e possono vivere senza gioielli da passeggio - leggi ballerine con pailletes; scamiciati con colori da tavolozza; dettagli animalier e Bikini Fever così come propongono riviste patinate che appunto ribadiscono il dominio di quello sguardo maschilista - e non maschile - che chiede alla donna di rappresentare e non di essere se stessa.