Ci hanno insegnato che possiamo fare le ingegnere. Le astronaute. Le acrobate. Le fisiche. Le autiste di autobus, tir e taxi. Gruiste, sommozzatrici, cacciatrici, macellaie, soldatesse. Verissimo, sì. Ma nessuno, dico nessuno ci tiene a spiegarci davvero come funziona il nostro corpo e com'è che da noi nasce la vita e, nella maggior parte dei casi e con maggior sicurezza di mamma e bambino, naturalmente.
Questa in sintesi la comunicazione alla base dello spettacolo Nati in casa della bravissima narratrice civile Giuliana Musso, al Teatro Altrove, ieri sera lunedì 11 maggio 2009, all'interno di Mutazioni. Festival del corpo femminile, a cui è seguito un interessante dibattito in compagnia della dottoressa Sandra Morano del Centro Nascita Alternativo dell'Ospedale San Martino di Genova.
Peccato che fosse un'unica serata, peccato che il teatro sia bellissimo ma molto piccolo. Peccato che non siano state chiamate a raccolta tutte le donne, tutte le madri o aspiranti tali, tutte le donne in gravidanza ora o a breve, tutte le ostetriche - e per fortuna qualcuna c'era - e tutti i medici ginecologi. Peccato, sì perché seppure è vero che c'è un po' di malinconica nostalgia in questo spettacolo - quel non sempre edificante si stava meglio quando si stava peggio - per un passato che, come racconta la stessa attrice, era miseria, freddo e buio e spesso - questo non lo dice tanto - morte certa per donne lasciate sole. E seppure è vero che non sempre negli ospedali ti torturano rompendoti le acque anzitempo e iniettandoti ossitocina - che qualunque cosa ti venga proposta in quei momenti ti fidi ciecamente - eppure è vero che c'è tanta ignoranza e che anche a volersi informare ci sono sempre tanti ostacoli: la famiglia, i/le ginecologi/ghe, i medici generici, le amiche, i parenti e la società tutta.
Perché se sei femminista già stai antipatica a molti e si sa a suon di testate (inteso come testa a testa dialogico e non gesto calcistico di annientamento del nemico), comunque te la caverai e forse per via della spinta all'autodeterminazione più d'un figlio farai fatica a farlo. No, io dico per quelle donne che il femminismo lo vivono con vergogna e solo a sentirne parlare arrossiscono come di fronte a una bestemmia o peggio un crimine. Quelle stesse donne che arrivano al corso preparto e affermano già che faranno l'epidurale o il cesareo. Ma allora che ci siete venute a fare? Parlo di quelle che il coraggio l'hanno lasciato al marito, alla madre, alla sorella, a casa e a loro è restata la lista della spesa: parto in acqua, cesareo, epidurale, parto in casa, parto naturale; quella stessa lista che Morano dice non esistere. Fanno la scelta tecnicamente più agevole, come se comprassero un elettrodomestico, pensano: droga o chirurgia? - scusate - epidurale o cesareo? Ma la scelta non esiste perché se tutto va bene il modo più sicuro resta quello che il corpo conosce e la mente - di troppi - ha dimenticato. Il discorso sarebbe lungo.
Giuliana Musso con Nati in casa porta sul palcoscenico - da sette anni - il travaglio, la paura, il dolore, il sudore, l'utero. Come Marco Paolini ha saputo portare sulla scena quelle acque che rompono del Vajont, con lo stesso ritmo incalzante, Musso costruisce egregiamente facendoci ridere e piangere - di commozione e spavento - la stessa tensione, la stessa attesa lo stesso fragore e potenza mitica delle acque rotte naturalmente. I silenzi, come nel travaglio, non sono veri silenzi, sono pause che preludono a quello che viene dopo. Nel travaglio, a contrazione corrisponde pausa che prelude a nuova e più potente contrazione in un crescendo che qualcuno una volta ha detto "occorre saper cavalcare". Ma come si fa a cavalcare il dolore? Beh, conoscendo. Conoscendo quello che accade dentro e essendo capaci di riconoscere capire e lasciare andare. Insomma saper fare quel mestiere che nessun uomo conosce e che nessun può dirci se possiamo o non possiamo fare.
Lo spettacolo, sì, lo spettacolo. Con la stessa tecnica di Paolini, in un flusso di parole che ci conduce da un personaggio all'altro, da un luogo e da un tempo all'altro, come nel Vajont scorriamo numeri, percentuali, voci di donne, uomini, contadini, levatrici e abbiamo - come con il Vajont - un prodotto degno di quei dati auditel che il teatro - prima del Vajont - non aveva mai visto - o quasi.
Con un vestito nero e un cuscino rosso sotto una vestaglia demodé, Giuliana Musso ci porta prima nella bugia contemporanea dell'ospedale asettico e pieno di sicurezze, antibatterico e antimalattie rarissime, ma anche quello dove il medico passa in scarpe da ginnastica e jeans, ché lui è asettico in sé. Per poi tornare - come Proust e la sua madéleine - al gusto antico del nascere in casa, con il pentolone d'acqua sul fuoco accanto a quello della polenta e la levatrice o comare in bicicletta che pedala nel cuore della notte con la usa borsa piena di pochi ma indispensabili strumenti. Un tempo mitico, altro, in scena l'unico che procede a ritmo di musica e con luci soffuse.
La donna del presente è quella che si fida e si affida, è quella che appena varcata la soglia del reparto maternità getta la spugna perché ignora. Ignora chi e cosa deve essere protagonista del seguito. E qui forse - come dicevo prima - il discorso sarebbe davvero lungo. Possibile che se si parla di unghie e smalti, capelli e acconciature o colori, nei o inesattezze della pelle sappiamo tutto o troviamo soluzioni all'avanguardia pronte a risolvere glutei o interni cosce sciupati. Possibile che siamo ancora lì a giocare alle Barbie - cioè a pretendere corpi perfetti - rinnegando l'utero e quello che ci può o non ci può stare dentro?
E tre: discorso lungo.
Elena, Maria, Palmira, Gilda, Rosetta, tutte comari o levatrici da un generico nord est italiano, sono le comari e levatrici che aprono porte chiuse e non sanno mai cosa le aspetti. Con una smorfia, uno sguardo, un nuovo tono di voce o una postura siamo di fronte a una o all'altra, le incontriamo tutte di persona. Ma accanto a loro e a noi, c'è sempre anche la narratrice Giuliana Musso, che ci crede e non si tira indietro e china sul pubblico lo avverte di continuo che non se n'è andata. Troppo comodo, il racconto ve lo faccio io e lo dico io quando è finito.
E allora giù dati pesanti per raccontare quante coincidenze dai lontani anni '80 raccontano un'Italia retrogada, dove il cesareo non è affatto la via più sicura per mamma e bambino ma la più popolare e in crescita, la più consigliata. E che, nonostante in Europa le nascite siano sempre di più per vie naturali, noi rappresentiamo l'eccezione con percentuali dinascite con il cesareo che sfiorano il 40 per cento, mentre in Olanda chi bussa alla porta dell'ospedale e non ne ha bisogno viene mandata a casa in malo modo. E in Campania, i cesarei sono più del 60%.
Alla fine è maschile la voce che si alza al primo dei numerosi applausi. Brava!