Dopo solo tre anni (era il 2006, Clinamen), coincisi con una bella raccolta di esperienze costruttive alle spalle (tra cui due premi e tre personali, due a Berlino e una a Milano), Luca Trevisani, artista veronese (classe '79) torna a Genova alla galleria Pinksummer con una personale studiata ovviamente per l'occasione The truth is that the truth changes (la verità è che la verità cambia, ndr) - dal 29 maggio a fine settembre 2009.
Cera e carta pesta, materiali precari, «per continuare a lavorare - spiega Trevisani - sull'idea di comunità, sul come le cose stanno insieme all'interno di un gruppo di una famiglia» e con un chiaro punto di partenza, il modulo organico dell'architetto Alvar Aalto, e il suo concetto di spazio organico.
Accanto, sculture «che nascono - prosegue - come ragionamento sul concetto di argine e blocco, dalle forme dei frangiflutti da cui sono partito, che ho colorato con il vento attraverso i fumogeni, mescolando forme e energie naturali, facendo un lavoro di editing su forme aperte che continuiamo a voler chiudere, senza successo. Sono sculture di cartapesta da calchi di Aalto che diventano filtro visivo, muro che non separa, perché è di carta, si scioglie, ma riempie anche i vuoti, in un rapporto aperto, mutevole e variabile che tiene conto dell'imprevedibilità dell'incontro».
Al centro, cioè come climax dell'intera mostra, un film (di circa 25 minuti): «una sinfonia visiva con qualità cinematografiche vere e proprie in parte girato all'Orto Botanico di Genova, in parte in studio, dal titolo Vodorosli, termine russo che si riferisce alle alghe marine ghiacciate a cui sono arrivato grazie a un bellissimo libro (mi piace molto leggere), Fondamenta degli incurabili, di Iosif Brodskij (Adelphi, 1991). Appunti di viaggio su Venezia, in cui si racconta di alghe ghiacciate, e dove emerge proprio l'idea del movimento naturale che viene bloccato e che diventa forma», un flusso non narrativo, ma organizzato, segnato da un inizio e una fine, all'interno del quale 'concettualità' e 'canale', o vettore, si stringono e tendono nella stessa direzione per comunicare uno stesso messaggio.
«Da sempre seguo come un motto una frase dell'architetto torinese Carlo Molino (1905-1973): Io sono un vettore non un forza, ecco è questa l'origine, lavorare dando una direzione a qualcosa che esiste già, con la consapevolezza di fare un lavoro di editing. Aprirsi davvero a forze naturali - come il vento - abbandonando il monocromo».
Sempre con realizzazioni legate a questo nuovo lavoro (installazioni in plexiglass e moduli di carta pesta), Trevisani sarà in contemporanea a Venezia negli spazi ritrovati di Ca' Pesaro - Galleria Internazionale d'Arte Moderna per Don't look now/Non voltarti adesso, manifestazione voluta da Massimo Cacciari contro il Padiglione Nazionale e certe scelte passatiste, accanto a grandi opere storiche a 100 anni dalla prima riunione in queste sale degli artisti ribelli contro l'Accademia.
Precarietà dei materiali e dell'opera d'arte. «I veri monumenti sono quelli che ti restano nell'immaginario, che ti si imprimono nella mente e non quelli che giacciono in un aiuola per sempre. Certo non credo fino in fondo che i miei lavori debbano disfarsi, ma è quella precarietà che il materiale comunica che mi interessa. Ne è una prova l'opera di Medardo Rosso (1858-1928), tra i suoi materiali preferiti la cera, che con le sue sculture è tutt'ora a Villa Reale e ci resterà».
Bellezza. Hai detto "Un vecchio errore è la ricerca della bellezza", cosa intendi e cos'è per te la bellezza? «Quando lavoro non mi interessa fare delle cose che risultino belle allo sguardo. Preferisco darmi delle regole interne e da lì lavorar. La bellezza... (lungo silenzio). La bellezza... (lungo silenzio) è una questione molto personale. Ci sono cose che ci provocano un piacere fisico e sensoriale, come per esempio andare a farmi un bagno dopo il vernissage a Genova».