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Il gioco dell’inferno
Il gioco dell'inferno
 

Ettore Maggi, 'Il gioco dell'Inferno'

 
Il nuovo volume dello scrittore genovese: sette racconti e un romanzo breve per ripercorrere la storia del Novecento. Pubblichiamo uno stralcio del racconto 'Dai Monti di Sarzana'
 

 
   

     
Genova, 29 maggio 2009
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Ettore Maggi è nato a Cagliari da padre genovese e madre sarda, e ha quasi sempre vissuto a Sestri Ponente. Ha lavorato come tecnico di laboratorio precario nella ricerca scientifica per oltre dodici anni. Scrittore e traduttore, suoi racconti sono stati pubblicati in diverse riviste e antologie tra cui Fez, struzzi e manganelli (Sonzogno) e Anime Nere Reloaded (Mondadori).

Nel novembre del 1921 erano arrivati a Roma più di trentamila squadristi fascisti, il movimento dei Fasci da Combattimento stava per trasformarsi in Partito Nazionale Fascista, nonostante due anni prima Mussolini avesse dichiarato di essere contro tutti i partiti. Ma d’altronde non era la prima volta, e non sarebbe stata l’ultima, che Mussolini si contraddiceva. E poi, in questo paese, tutti sono contro i partiti, soprattutto quelli che li fondano.
Gli Arditi del Popolo di Roma chiesero rinforzi. Quando i fascisti uccisero un ferroviere, il 9 novembre, i lavoratori della ferrovia scesero in sciopero e lasciarono a piedi molti fascisti, nei quartieri periferici.
Il giorno dopo la città era divisa in due, con il centro in mano ai fascisti, e la periferia controllata dagli antifascisti.

Dopo un carica dei carabinieri e delle guardie regie, Baldo si era nascosto dentro un magazzino di San Lorenzo. Vide entrare dentro un altro uomo, aveva maglione nero e pantaloni militari, l’elmetto Adrian, e sulla manica aveva un teschio con le tibie incrociate. Era sicuramente un ex Ardito, ma di che parte? Baldo puntò il moschetto 91 e gridò. L’uomo si girò, puntando anche lui il fucile.
Si riconobbero subito, ma non dissero nulla, non fecero nulla, rimasero immobili, a guardarsi negli occhi. Poi il fascista abbassò per primo il fucile, e Baldo fece altrettanto. Il fascista gli fece un cenno con la testa, Baldo replicò, aspettò che uscisse, poi uscì anche lui. Non si incontrarono per molti anni.

Poi, durante la Resistenza, Baldo un giorno andò a Milano. Doveva ritirare due mitra, due Thompson americani. Era dentro un caffè, quando sono entrati alcuni fascisti della Muti. Controllavano i documenti e perquisivano tutti. Quando si avvicinarono al tavolo di Baldo, lui chiuse gli occhi. E posso rivedere la scena, me l’ha raccontato tante volte che mi sembra di averla vissuta io. Mi sembra di riviverla ogni volta che ci penso.

I mutini si avvicinano e io penso “Adesso è finita. Adesso è davvero finita”.
E i mutini vengono davanti a me, sono davanti a me, anche se io ho chiuso gli occhi e fingo di non vederli. Poi apro gli occhi e li vedo, sono in quattro, e dentro il caffè ce ne sono altri. Sono troppi.
Mi chiedono i documenti.
Apro il cappotto, la pistola è accanto ai documenti.
“Cos’hai dentro quella sacca?” dicono e io impugno la Browning, ma lascio la mano dentro.
“Apri la sacca”, dicono.
“Sì, ora la apro…”, rispondo e penso che adesso è davvero finita, poi sento la voce, quella voce. Dice di lasciar perdere, dice che mi conosce, dice che non ci sono problemi, che io sono un fascista, uno di quelli veri.
“Mica come voi sbarbati”, dice la voce. “Lui era come me sul Carso. Lui era negli Arditi.”

La voce tace, e i ragazzini mi guardano ammirati.
Si siede accanto a me, ordina del vino.
“Come stai?” dice e versa il vino.
“Non mi lamento.”
“Sei lontano da casa.”
Mi guarda e io guardo la sua divisa da ufficiale della Muti.
“Frequenti brutta gente.”
“Perché?”
“Non ha una bella fama, la Muti.”
“No, non ha una bella fama. Non ci interessa.”
“Siamo fatti così, eh?”
“Già.”
“Tu sai cosa ho nella sacca?”
“No, e non lo voglio sapere. Mi hai salvato la vita due volte, ricordi?
“Sì.”
“Adesso ho dimezzato il debito.”
“Sì.”
“Ti salverò ancora una volta, poi saremo pari. Non ti dovrò niente, dopo.”
Lo guardo, poi chiudo gli occhi.

 
 
 
 
 
 
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