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Vittorio Lingiardi
Vittorio Lingiardi
 

Al Ducale Vittorio Lingiardi su 'Il muro della sessualità'

 
«La storia è più veloce della politica, il matrimonio tra coppie dello stesso sesso non è lontano». Intervista all'autore di 'Citizen Gay'
 
   

     
Genova, 01 giugno 2009
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mentelocale di
Laura
Santini
   
 
The Wall
Il Muro/The Wall è un ciclo di incontri, a Palazzo Ducale, curato da Nicla Vassallo, per riflettere su tutti i muri che segnano la nostra società: dalla scienza, alla sessualità, alla filosofia, ai media. Il primo incontro ha avuto come protagonista l'astrofisica Sandra Savaglio.

Mercoledì 3 giugno 2009, ore 17.45, lo psichiatra e psicanalista Vittorio Lingiardi parlerà de Il muro della Sessualità.

Lunedì 8 giugno 2009, la sociologa Antonietta Mazzette affronta il tema Il muro della Città.

Lunedì 22 giugno 2009, lo storico della medicina Gilberto Corbellini ne Il muro dell'Etica

Lunedì 29 giugno 2009, è la volta de Il muro delle Identità con la filosofa Rosi Braidotti.

Lunedì 14 settembre 2009, è ospite Remo Bodei con Il muro della Memoria.

Lunedì 21 settembre 2009 arriva Carlo Freccero per Il muro dei Media.

Matrimonio sì? Matrimonio no? Molti oggigiorno non si pongono neppure più questa domanda, scegliendo una vita da single. Per altri però - e non sono pochi - è una questione di principio che corrisponde a un riconoscimento pubblico e sociale di diritti e doveri e quindi alla messa al bando di una serie consistente di discriminazioni.

Ci sono in Italia per esempio le unioni civili, convivenze o coppie di fatto, come dir si voglia, per cui non è ancora prevista una normativa specifica che ne tuteli i diritti. Ma la questione intorno all'istituto giuridico del matrimonio è certo più spinosa e soggetta all'innalzamento di barriere quasi invalicabili - per non dire che è ancora un tabù - se si tratta di nozze tra persone dello stesso sesso.

Proprio di questo Vittorio Lingiardi, docente di psicologia clinica all'Università La Sapienza di Roma, parlerà mercoledì 3 giugno a Palazzo Ducale nel suo intervento intitolato Il muro della sessualità, secondo appuntamento della rassegna Il muro/The wall curata dalla filosofa Nicla Vassallo per riflettere sui vari muri - Berlino docet - che ancora segnano la nostra società.
«Il mio intervento - spiega Vittorio Lingiardi - si articola sui muri che vengono innalzati a partire dalle discriminazioni sessuali, tra cui il più alto è quello che impedisce a persone dello stesso sesso di sposarsi».

Il muro della sessualità si articola su due livelli: l'orientamento sessuale individuale che ognuno di noi esprime nella sfera privata e l'ordinamento sociale che appartiene a tutti ma che non prevede tutti allo stesso modo.
Il muro è quello che separa e impedisce di costruire una continuità tra legame affettivo e forma legale che sancisce diritti e doveri. Qui si può individuare un altro muro che separa l'Italia dall'Europa e da altri paesi nel mondo». La relazione inizierà con la visione di 10 minuti del film Un chant d'amour (1950) di Jean Genet, «dove è molto interessante - prosegue Lingiardi - osservare il ruolo che svolge il muro tra due persone, in un approccio poetico all'argomento».

E infatti, proprio un anno fa (maggio 2008) lo stato della California, il Golden State era diventato il secondo in America dopo il Massachussets (nel 2004), e il sesto nel mondo (dietro a Olanda, 2001, e Belgio, 2003, in Europa; e Ontario, 2001; British Columbia, 2003; e Quebec, 2004 in Canada) a rendere legale la celebrazione di matrimoni tra coppie omosessuali. Solo pochi giorni fa diciottomila di queste nuove unioni si sono viste minacciate una volta di più, dopo che la Corte Suprema di San Francisco ha rimesso fuorilegge le nozze gay e lesbiche. I diciottomila sono stati salvaguardati: ovvero restano validi i matrimoni gay/lesbici celebrati tra maggio e novembre 2008. Ma tutti gli altri? Se da un lato è evidente che un meccanismo si è messo in moto e in America, nell'autunno del 2008 il Connecticut è diventato il terzo stato a legalizzare le unioni omo (seguito questa primavera dallo stato dello Iowa dove è stata dichiarata anticostituzionale la legge del '98 che limitava il matrimonio ad un'unione tra un uomo e una donna), è altrettanto vero che si contano sulla punta delle dieci dita le riforme in questo senso che abbattono una barriera sociale così solidificata.

Se per ora sposarsi - almeno in Italia - resta solo un obiettivo, tanto più lontana sembra collocarsi la speranza per coppie omosessuali e lesbiche di costruire una famiglia avendo o adottando dei figli. «Un ulteriore muro, forse il più alto e spesso, perché va ad innalzarsi tra soggetto e società, facendo leva su una diffusa coscienza collettiva che considera la genitorialità omo in modo negativo. Dal punto di vista scientifico, ho passato in rassegna tutti i risultati delle ricerche empiriche relative per l'appunto a verificare la domanda cruciale, ovvero se i figli cresciuti in contesti omoparentali sviluppano caratteristiche in senso patologico rispetto a quelli delle famiglie cosiddette normali (in inglese straight). Ne parlo nel quarto capitolo del mio libro Citizen Gay per confermare che non esistono dati diversi nella valutazione tra i diversi casi. Persino la ricerca commissionata dalla American Academy of Pediatrics conferma questo risultato. Perché ciò di cui ha bisogno un bambino per crescere è un genitore capace di amarlo e di riconoscere i suoi bisogni. E questa capacità è indipendente dall'orientamento sessuale del genitore».

Come possiamo definire la sessualità?
«Tanto per cominciare ci tengo molto che si parli sempre al plurale, perché esistono tanti diversi modi di essere eterosessuali come di essere omosessuali. La sessualità continua a rappresentare un mistero per noi psichiatri e possiamo considerarla la costruzione individuale che ogni soggetto fa tenendo in equilibrio fattori storici, emotivi, sociali, ecc. Per questo è difficile generalizzare, ognuno, quindi, ha una sua impronta digitale. La scienza ha iniziato a occuparsi della sessualità alla fine del 1800, per esempio coniando le parole “omosessuale” (che è del 1868) ed “eterosessuale”. Da allora la sessualità, dapprima affrontata come tema filosofico, poetico e morale, diventa oggetto di studi scientifici e comportamentali».

Certo in Italia si può dire che manchi quasi del tutto una formazione reale proposta nei vari gradi di scolarizzazione che aiuti a un confronto più naturale con la sessualità, parte tanto delicata quando specifica di ognuno di noi. Lei cosa pensa di questo vuoto?
«Stiamo evocando un altro muro tra Europa e Italia. Negli altri paesi i ministeri della salute e dell'educazione, hanno ormai avviato programmi di formazione e informazione alla sessualità, che non si devono ridurre a un ABC sul corpo umano o sugli organi riproduttivi, ma devono educare alle diversità e offrire una sana esplorazione dei possibili ruoli. È questo il modo di dare una risposta ai tanti problemi che bambini e adolescenti incontrano nel loro sviluppo psicologico e che spesso si traducono in fenomeni come il bullismo e la discriminazione».

Dove ci sono muri ci sono sempre almeno due lati da tenere in considerazione. E se è indubbio che da parte dei 'normali' ci sia nei migliori dei casi indifferenza, nei peggiori disgusto e ostilità, è altrettanto vero che non è sempre facile per un 'normale' accedere alle comunità gay o lesbiche, forse anche per un senso di autodifesa che resta però barriera e ostacolo. Qual è la sua posizione?
«Cercherò nel mio intervento di sottolineare che il muro divide e protegge. Questa protezione può portare all'isolamento, occorre quindi fare attenzione tra la dinamica individuale di difesa e l'importanza di fare brecce per scavalcare o oltrepassare i muri. Una cosa curiosa, se riflettiamo sullo sviluppo delle comunità omosessuali, è che l'inizio della protesta si colloca normalmente in America nel 1968 in un locale che si chiamava proprio Stonewall, muro di pietra. Se il muro diventa chiusura, poi si definisce ghetto, mentre è auspicabile che si intraprendano percorsi di contaminazioni positive. In futuro spero che queste etichette, che proteggono ma dividono, scompaiano e che ogni diversità verrà tutelata nel suo diritto di essere anonima perché normale».

Siamo a un mese dal Gay Pride e molte sono le occasioni per polemizzare e attaccare la manifestazione e le comunità LGBT (Gay, Lesbiche, Bisex e Trans), tra cui quello più scontato che legge questa manifestazione come volgare esibizionismo. Eppure l'evento ha una molteplicità di caratteristiche difficili da appiattire in un'unica lettura, no?
«Alcuni omosessuali sono effettivamente arrabbiati per la coincidenza del Pride con messe in scena eccessive. Credo però ci sia un'attenzione eccessiva da parte dei media a catturare questo aspetto per opportunità scandalistiche. È innegabile che la comunità LGBT è portatrice di pezzetti e identità molto composite, e che ci sia una tendenza alla teatralizzazione e alla maschera in risposta alla continua pressione verso il nascondersi, e che nel suo giorno vuole esplodere proprio com'è anche tipico culturalmente del carnevale laico. Comunque, tutti hanno il diritto di esprimersi e sono molto colpito dal fatto che un buon motivo per dare addosso a persone considerate diverse si trovi sempre: sia quando chiedono di essere normali e quindi potersi sposare e metter su famiglia, sia quando festeggiano. Alla fine resta un grosso problema di omofobia: la difficoltà ad accettare e includere, perché l'omosessuale è considerato disturbante. Forse sarebbe l'ora che cercassimo di rispettare tutti. Nel frattempo aspettiamo che la storia porti alla normalizzazione».

 
 
 
 
 
Palazzo Ducale
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010 5574000
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