Quando mi dicono che a Chiavari c’è un gruppo di studentesse americane in vacanza studio, non posso far altro che andare ad incontrarle. Tutte studiano al College di Charleston, nel South Carolina, al primo livello universitario, una sorta di nostra triennale (bachelor, poi c’è il master e il dottorato). La maggior parte di loro studia Communication, ma c’è anche chi è iscritta a corsi di Visual arts e Business.
Passione per il cibo italiano a parte, ad accomunarle è soprattutto la scelta dell’italiano come lingua straniera: lì si chiama Italian studies, simile a un nostro corso in lingua e letteratura straniera ma dal taglio molto più antropologico, lingua e cultura straniera in tutte le sue forme insomma, anche tradizioni e stili di vita. Oltre ai corsi di lingua (suddivisi in vari livelli: basic, intermediate e advanced), studiano cinema, cultura italiana, poesia italiana dalle origini all’ermetismo, Rinascimento e Marsilio Ficino (il noto filosofo dell'Umanesimo italiano), Divina Commedia e Vita Nuova di Dante in traduzione inglese, «che in America è sentita come una lettura gotica», mi spiega il loro professore, Massimo Maggiari che, con l’amico e collega Flaminio di Biagi della sede romana della Loyola University of Chicago, da tredici anni porta gruppi di studenti in Italia.
Ognuna di loro si presenta in italiano: c’è Jenna, 21 anni, viene dal South Carolina, ama la cultura italiana, il gelato e la pasta all’arrabbiata; poi Alyssa, 18, è del Connecticut, ama fare shopping, gite in montagna e ha una passione per il cibo e il gelato italiano. Brittany, 21, è del South Carolina e ama lo shopping, la spiaggia e il nostro cibo (ma soprattutto il gelato); Giulia ha 19 anni e ama la pasticceria italiana, mentre ad Alison, 19, della Florida, il cibo italiano piace tutto, così come il mare e la montagna.
E ancora Ahsley, 20, del South Carolina, alla quale piacciono il pesto, il gelato e la spiaggia di Chiavari, e Marielle, 20, del New Jersey, che di noi ama il cibo, la gente, l’arte, la moda, e di Chiavari le piace la spiaggia e la gelateria "Davide".
Durante il loro soggiorno, iniziato il 19 maggio, queste studentesse approfondiscono la lingua italiana, di cui hanno già un base appresa all’Università, e conoscono da vicino la nostra tradizione, visitando artigiani (ognuna di loro ha costruito il proprio diario con l’artigiano della carta Carlo Repetto di San Salvatore di Cogorno, hanno visto come si fa la pasta al Pastificio Prato e visitato lo scultore Roberto Casoni), organizzando cene a base dei nostri prodotti locali e facendo escursioni a piedi, come quella alle Cinque Terre e al Lago di Giacopiane, con tanto di poetry reading con il poeta Angelo Tonelli.
L’italiano non è certo una di quelle lingue che si studiano per motivi pratici, un po’ come facciamo noi con l’inglese o lo spagnolo, perché almeno "ci vai ovunque". Gli americani che studiano l’italiano, a parte ai pochi legati a questa lingua per motivi affettivi (un parente o un fidanzato italiano magari), lo fanno per motivi culturali. Il che, considerando la difficoltà di una lingua come la nostra (alzi la mano chi di noi italiani ogni tanto non sbaglia un congiuntivo), è ancora più ammirevole.
E in effetti la cultura italiana negli Stati Uniti è un po’ di nicchia. Gli stessi film che queste sette studentesse mi dicono di amare (La vita è bella, Johnny Stecchino, Il Postino, Gomorra, Alla luce del sole e i film di Fellini), sono poco noti e sentiti come culturali.
Scherziamo sugli stereotipi degli italiani nei film americani: o sono i caciaroni pittoreschi che vestono stravagante e masticano la cicca (questo soprattutto negli american mafia movies), o sono dei romanticoni un po’ Don Giovanni («i ragazzi italiani dei film sono tutti carini», mi dicono le ragazze). Cibo a parte (pizza e spaghetti in primis), quello che gli americani amano di noi italiani è la passione, il nostro essere romantici e gelosi insomma.
Mi domando se quando ripartiranno per gli States, ne saranno ancora convinte. Se le trovo su Facebook, per cui anche loro hanno una malattia, appena tornano me lo faccio dire.