Genova e la moda. E chi l’avrebbe detto solo qualche mese fa? Invece questo abbinamento sta assumendo una sua naturalezza, sta pian piano diventando senso comune. Mica solo Milano, mica solo Firenze. Ma anche Genova. E non per scimmiottare nessuno. Ma per presidiare segmenti di mercato per i quali Genova stessa ha dimostrato di possedere, o possiede senza dirselo troppo, formidabili vocazioni. La tre giorni del jeans, conclusasi la notte dello scorso sabato in piazza De Ferrari, ha detto questo. Ha annunciato il ritorno a casa del Grande Prestigiatore: di questo capo d’abbigliamento che ci illude di essere sempre più uguali mentre le disuguaglianze aumentano e che ci fa sognare di non invecchiare mai mentre i capelli imbiancano e il passo si fa più goffo e timido. Sì, prenderà di nuovo la residenza a Genova il blu indaco che ha rivoluzionato costumi e modi di vivere.
Si è trattato del numero zero di un grande appuntamento annuale che dal 2010 farà di Genova un centro espositivo internazionale. Numero zero nel senso più pieno, perché ha saputo dissodare -anche fuori dai forum ufficiali- il terreno di confronto tra amministratori, case produttrici e stilisti, consentendo di far risaltare l’esistenza di un progetto vero centrato sull’economia della moda; di gettare le basi per un futuro ravvicinato della città come polo fieristico e culturale del jeans.
E forse in effetti il pregio maggiore del programma è stato proprio quello di avere saputo tenere insieme l’economia, l’arte, la cultura e l’intrattenimento di massa. Come non ricordare la sensazione mozzafiato che si è impadronita di tutti i visitatori del Diocesano il venerdì mattina, quando la sala delle tele jeans della Passione è stata inondata dal nuovo sistema di illuminazione? Come dimenticare lo stupore della troupe del Tg1 che, quasi stregata da quello spettacolo soprannaturale, ha indugiato per più di mezz’ora nelle riprese?
Meno magico, ma certo intrigante è stato dal suo canto l’allestimento realizzato in Sala Borsa: una mostra storica del jeans che il sabato pomeriggio era praticamente inaccessibile per l’altissimo numero dei visitatori.
Chi temeva che la città dovesse rassegnarsi a fare sin dal numero zero solo da diligente padrona di casa, si è dovuto ricredere vedendo con quanto entusiasmo si siano ritrovati attorno e dentro il progetto molte delle principali istituzioni formative genovesi. Il Duchessa di Galliera e il Grazia Deledda nel loro spettacolo di Albaro e poi nella serata finale in De Ferrari; l’Accademia di belle arti Ligustica nell’allestimento dei capi di sartoria teatrale in jeans per la mostra della Borsa; il corso di laurea in Design degli eventi della facoltà di Architettura nella creazione delle coreografie e delle geometrie per il concerto di sabato. Tutti hanno contribuito allo svolgimento della tre giorni mettendoci le proprie competenze e disvelando le opportunità che la moda aprirebbe nei vari campi del sapere. Opportunità che potranno ulteriormente ampliarsi (e qui penso alle possibili ricadute della sfilata di Odicini di domani sera) a un atelier per giovani artigiani di altissima sartoria, della quale l’Italia ha quasi perso ogni traccia.
Ecco perché Genova e la moda. Perché jeans e alta sartoria cittadina-internazionale sono in grado di mobilitare risorse finora custodite dalla città nel proprio grembo e che non si sono mai espresse compiutamente. La serata finale, la notte blu in cui si sono fuse le qualità degli studenti del Deledda-Galliera e dei ragazzi di Amici e il rap duro e tenero dei Gemelli DiVersi, ha dunque dato il suo suggello, davanti a migliaia di spettatori, soprattutto giovani, a un esperimento che ha sprigionato, per chi le ha volute e sapute cogliere, tante promesse. Al di là dei limiti di affluenza a uno dei due forum (il secondo) o della incompiutezza di qualche parte del progetto, il messaggio che è arrivato alla città è uno solo: credere nel cambiamento, usare sempre più gli eventi per costruire una nuova strada per l’economia e la cultura della città.