Conto alla rovescia. Una mattina di settembre. 1 ora e 42 minuti.
A carte scoperte il drammaturgo francese Christian Simeon racconta quel poco tempo che separa noi umani da una fine per la quale siamo totalmente impreparati, spesso perché del tutto ignari sulla nostra ora. In Controtempo (Théorbe, nella versione originale) - ultimo della rassegna Sguardi Contemporanei al Teatro della Corte fino al 13 giugno - con un monologo articolato su più voci (grazie all'intelligente scelta registica di Marco Sciaccaluga), si narra della fine collettiva dell'11 settembre 2001, che ha visto coincidere traumaticamente e violentemente le ultime ore di 2749 persone, ma Simeon lo fa ridando voce e specificità a quei molti, partendo da drammi psicologici di un ristrettissimo quotidiano e una manciata di personaggi. Tutti che ruotano intorno a Jeanne, musicista francese di casa a New York, intenta a prepararsi per andare a un importantissimo provino con la sua Tiorba - ereditata con sudore dal nonno. Costruita lungo il ritmo sempre più incalzante di 4 metronomi, gestiti come strumenti su un palco d'orchestra da altrettanti attori (Gabrile Gallinari, Fabrizio Careddu, Orietta Notari e Giuseppe Amato) che danno voce e carattere ad altrettanti personaggi fuoriscena (Martin, fratello di Jeanne, la madre, il fidanzato Greg e il fabbro) questa tragedia umana scatena risate irrefrenabili e si concretizza soprattutto nel corpo e nell'interpretazione di un'unica attrice posta al centro della scena: Barbara Moselli.
Sola nel suo appartamento, Jeanne (B. Moselli) è ingaggiata in una conversazione telefonica dietro l'altra (e viene subito alla mente la Voce Umana di J. Cocteau): raggiunta al telefono dalla madre che la tormenta su tutto, dal modo di vestire al suo vivere a New York, dal fidanzato alla sua convivenza; oppure incastrata dal fratello che se la gode a New York, trovando sfogo alla sua identità gay nascosta, mentre lei è costretta a coprirlo con la madre; e poi quando a sua volta - per rilassarsi - chiama l'amica Anne e si sfoga raccontando senza inibizioni il litigio della sera precedente con Greg e si lascia quindi incoraggiare per l'appuntamento chiave che l'aspetta.
Ecco ora è pronta. Pronta per uscire. Ma la porta di casa è irrimediabilmente chiusa.
La frenetica ricerca delle chiavi condurrà la serie di balletti al telefono della parte precedente dentro a un vorticoso quanto nevrotico valzer telefonico alla ricerca del miglior fabbro. Davvero brava Barbara Moselli. Con un occhio sempre rivolto al pubblico - forse suo 'io' intimo, a cui chiedere consiglio, dato lo specchio che le sta di fronte - Moselli passa dalla calma zen del suo letto/palco giapponese, il tatami (quando ci porta nell'intimo segreto che la lega alla sua Tiorba, strumento raffinatissimo e unico, indugiando in caratteristiche storiche, tecniche e musicali), alla vivacità di una giovane donna.
Quella che tenta di scrollarsi di dosso una madre assillante, contesa tra l'amorevole e l'irriverente, il gestaccio e le scuse. Quella che si spoglia e si riveste - tutti in scena sul pavimento gli indumenti - scrutandosi allo specchio, mostrando così il suo tempo interiore quello del dubbio e di una certa insicurezza. Quella che lotta con le altre donne: per esempio Nancy, segretaria che non le permette di chiamare il suo uomo marito; oppure la voce femminile che dovrebbe aiutarla a mandare un fabbro e invece si fa inquisitrice e giudice della sua situazione beffarda. Come un boxer lasciato solo sul ring, Jeanne-Moselli viene presa a pugni da ognuna di queste voci che le attribuisce un ruolo diverso da quella che lei è. Fantasmi e paure diventano l'incubosa realtà e Jeanne-Moselli viene ripetutamente colpita dai suoi cari che non hanno pietà.
E dopo un vero e proprio tour de force interpretativo e fisico di Moselli, anche i personaggi off, di cui per una lunga e intensa prima parte si fa carico solo Moselli, entrano in scena come voci da dietro i leggii. E qui l'applauso va anche ai quattro attori rimasti dietro i loro leggii in attesa.
Orietta Notari è la madre che per un ulteriore scherzo del destino riesce a mantenere la comunicazione anche dopo che Jeanne-Moselli riattacca, diventando mostruosamente presente. Fabrizio Careddu è un fidanzato egoista che solo a scoppio ritardato riesce a provare un po' di rimorso e ad agire. Gabriele Gallinari è quel fratello amorevole e tenero che per una volta ha deciso di muoversi e tentare di aiutarla. E poi, come se non bastasse, c'è il fabbro, Giuseppe Amato, che diligente ha tentato di raggiungere Jeanne ma ha trovato il telefono sempre occupato e ora grida vendetta per il suo orgoglio ferito e la mancanza di rispetto patita. E poi c'è Carmela (Sarah Nicolucci): lei sì che poteva risolvere subito il problema delle chiavi, ma è la donna di servizio abituata ad arrivare in ritardo e a mettere le mani nell'intimo precario di Jeanne e Greg.
Beffardo il drammaturgo ci consegna in pasto questi personaggi posti sull'orlo della disgrazia, della frantumazione di tutti i loro desideri e della concretizzazione di tutte le loro più recondite paure, lasciandoci godere - con scoppi di risate improvvisi e incontenibili - proprio degli errori e del male altrui che tanto familiari appaiono. Forse eccessivo il doppio finale che indugia un po' retoricamente sulla distruzione della Tiorba in parallelo alla distruzione delle Twin Towers, quando lo stacco della presa della segreteria telefonica da parte di Carmela poteva essere - un'ulteriore ferocemente ironica - perfetta chiusa.