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Barbara Marugo, da modella a vigile urbano

 
Una carriera interrotta per il desiderio di una vita 'normale'. La sua storia raccontata in un libro. Domenica 14 giugno č al Festival della Poesia
 
eventi
Domenica 14 giugno 2009 alle 21.00 Barbara Marugo è a Palazzo Ducale per l'incontro 'European Voices - Capitolo 2', reading internazionale nell'ambito del Festival della Poesia  
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Genova, 12 giugno 2009
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di
Marta
Traverso
   
Barbara Marugo
© foto: www.barbaramarugo.com
Barbara Marugo

«La moda e la cultura purtroppo non sono poi così diverse. È triste dirlo, ma molti vedono la cultura come un campo su cui competere, piuttosto che un terreno in cui incontrarsi e arricchirsi reciprocamente».
Parole forti, pronunciate da una donna che questi campi li conosce bene. Negli anni Novanta il nome della genovese Barbara Marugo era associato a note case di moda come Ferré e Blumarine. Una carriera iniziata a sedici anni, dall'incontro con il fotografo Claudio Basso (una nota gossip: è il primo marito di Monica Bellucci), che l'ha condotta sulle copertine delle principali riviste e sulle più prestigiose passerelle del mondo, da Roma a Parigi e New York.

Un'esperienza di vita che nel 2007 è diventata un romanzo, Guardami negli occhi. «Allora la moda era diversa da oggi - mi spiega. - C'erano meno agenzie e dunque minore concorrenza, ovviamente c'erano più soldi, e le modelle erano oggetto di un vero e proprio culto della personalità. Non c'erano il cinema o altri mezzi a dare loro visibilità: fare la modella era un po' come giocare in Borsa, si era in balia soltanto dei fotografi e degli umori del pubblico».
Verissimo, a pensarci bene: tutti ricordiamo nomi come Claudia Schiffer e Naomi Campbell, entrambe ritirate da tempo dalle passerelle. E oggi chi sono le top model famose? Naturalmente c'è qualche eccezione, come Gisele Bundchen, ma sarebbe così famosa se non fosse stata a lungo la compagna di Leonardo di Caprio? «Oggi c'è una caduta dell'immagine, si è passati dalle modelle-dive di un tempo a veline semisconosciute, e chissà cosa accadrà in futuro».

Oggi sta ultimando il suo secondo romanzo: la storia di un uomo che, rimasto vedovo a cinquant'anni, si trasferisce a Venezia e cambia radicalmente vita. «Un messaggio positivo, raccontare di una persona che trova la forza di ricominciare da zero». Una scelta che, seppure in tempi e circostanze completamente differenti, ha fatto anche lei: in un'epoca in cui il sogno di tante adolescenti è diventare modella o showgirl, Barbara è andata controcorrente. Ha rinunciato alla notorietà, alla carriera e a uno stipendio ben più alto di quello attuale. Si è iscritta all'Università, facoltà di Lettere, e ha partecipato a vari concorsi pubblici, vincendo quello di vigile urbano. «Ho lavorato nelle strade e nelle case popolari, a contatto diretto con la gente. Sono convinta che qualsiasi mestiere vada svolto con pari dignità, ma ritengo anche che con il passare degli anni diventi ripetitivo, a meno che non si tratti di lavori creativi».».

Da qui la scelta di scrivere: una vocazione che sente dall'età di undici anni, «perché sono passioni innate, che nessuno può insegnare».
Al Festival Internazionale della Poesia sarà la sola italiana: l'appuntamento è a Palazzo Ducale domenica 14 giugno (ore 21), dove presenterà Vita in gioco, raccolta delle poesie scritte negli ultimi due anni. Un libro finora acquistabile solo su Internet: «io nasco come poetessa, anche se la mia opera di maggiore successo è stata un romanzo - mi spiega Marugo. - Da sempre pubblicare poesie è più difficile, hanno una tiratura minore rispetto alla prosa».

La moda prima, il lavoro poi, l'hanno portata a Milano ormai da diversi anni, e da allora non se n'è più andata. Non le manca Genova? «Moltissimo. Penso tuttavia che la città abbia tante potenzialità poco sfruttate, per una mancanza di coraggio che non riesco a spiegarmi. Genova ha tutte le carte in regola per emergere nello scenario internazionale: le personalità illustri, lo sbocco sul mare, luoghi meravigliosi come il Porto Antico e il centro storico. Eppure rimane ferma. È un problema comune un po' in tutta Italia: siamo tutti esterofili e abbiamo paura di valorizzare la nostra cultura».

 
 
 
 
 
 
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