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Horacio Ferrer
Horacio Ferrer
 

Horacio Ferrer al Festival di Poesia

 
Il massimo poeta vivente del tango è a Genova per la rassegna letteraria. Dall'amicizia con Astor Piazzolla all'amore per l'Italia. La nostra intervista
 

 
   

     
Genova, 18 giugno 2009
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mentelocale di
Luca
Giarola
   
 
Horacio Ferrer nasce a Montevideo (Uruguay) il 2 giugno 1933. Studia ingegneria e architettura, teatro e musica. Fonda El Club de la Guardia Nueva, dove comincia i moderni studi del tango. Il suo primo libro di poesie si intitola Romancero canyengue; la sua prima opera teatrale, El tango del alba.

Risiede fin da bambino anche a Buenos Aires (Argentina), dove riceve la stima di personalità del calibro di Anibal Troilo (1914-1975) e Astor Piazzolla (1921-1992), che lo invita a comporre insieme opere come Marìa de Buenos Aires e El pueblo joven (Opera de dos Mundos), Balada para mi muerte e Balada para un loco, titoli che hanno rivoluzionato l'estetica tanguera. Compone anche con Garello, Aznavour, Stamponi, Daniel Piazzola, Jairo. Per il coro di L'Ile de France compone il poema corale París Tango, con musica di Juan José Mosalini.

El libro del Tango, cronaca e dizionario di 2000 pagine, edito a Barcellona, introduce il tango nell'Università di Parigi, e la sua opera completa in quattro volumi, titolata Moriré en Buenos Aires è edita da Manrique Zago.
Nel Poetry International d'Olanda, il critico Joe Baker lo elegge come il numero uno fra i partecipanti di questo incontro mondiale di poeti. È anche gran premio onorario della Sociedad de Autores e Compositores, mentre il Consejo Deliberante lo designa cittadino illustre di Buenos Aires.

È il creatore e presidente dell'Academia Nacional del Tango della Repubblica Argentina e ha fondato anche le stesse accademie in altre città argentine e in altri stati, dalla Francia all'Olanda, dalla Germania al Cile, da Cuba alla Svezia.

Horacio Ferrer. Per i milongueri non servirebbe aggiungere altro, basta il suo nome. Ai profani, invece, diciamo che Ferrer è il massimo poeta vivente del tango.
Con Astor Piazzolla ha scritto alcune delle pagine più importanti della nuova estetica del tango canción (il successo internazionale Balada para un loco, per esempio, o l'opera María de Buenos Aires). Nel 2004 è stato candidato al premio Nobel per la Letteratura e a Buenos Aires, dove vive, c'è già una strada che porta il suo nome.
In questi giorni è a Genova per la prima volta, ospite della quindicesima edizione del Festival Internazionale di Poesia. Un'occasione imperdibile per tutti gli appassionati di tango. Noi lo abbiamo incontrato in anteprima.

Quando ha capito che la sua vita sarebbe stata il tango?
«Il tango per me è un destino. Mio padre era un professore di storia e io iniziai ad esserne incuriosito perché il tango non aveva storia. Poi, quando a Montevideo studiavo architettura - ero all'ultimo anno - ho realizzato che la mia vita orientata verso la poesia. Ricordo che mio padre voleva che arrivassi alla laurea: per lui la poesia equivaleva alla notte, alle donne, all'alcol, alla droga. Anni dopo vide le cose che ho fatto con Astor Piazzolla e, prima di morire, mi disse che avevo ragione».

E la laurea?
«Quella alla fine è arrivata lo stesso, molto tempo dopo: nel 2003, all'inaugurazione del Museo Mondiale del Tango, a Buenos Aires, la città mi ha ringraziato con la laurea ad honorem in architettura. Ero felicissimo. Se solo mio padre lo avesse saputo...».

Com'è oggi Buenos Aires?
«È una città senza palazzi, senza spiagge, senza "incidenti geografici". È importante e affascinante per se stessa. Buenos Aires è del segno dei gemelli, come me. Ha due facce: di giorno è impertinente, atrofizzata, bancaria; di notte cambia volto e diventa contemplativa, artistica, greca».  

Come vi siete conosciuti lei e Piazzolla?
«Grazie a Dio che l'ho conosciuto! Per me è stato come un fratello maggiore: quando ci siamo incontrati per la prima volta, lui aveva 26 anni e io 15. Piazzolla era cresciuto a New York, e una volta tornato a Buenos Aires entrò nell'orchestra di Anibal Troilo. Poi fondò un suo gruppo, e quando venne a suonare a Montevideo, dopo il concerto andai da lui e gli dissi: "Conosco un amico che quando ha scoperto la tua musica ha smesso di studiare, di innamorarsi, ha perfino abbandonato la famiglia". "E chi è?", rispose lui. "Sono io", replicai».

Negli anni Settanta non era raro vedervi in Italia...
«La prima volta in Italia è stata nel 1971. Sia io, sia Piazzolla rimanemmo molto affascinati da Roma: è come una gioielleria. In quegli anni in molti cantarono le mie poesie: Milva, Mina, Edmonda Aldini. Nel 1979 Domenico Modugno mi venne a cercare a Montevideo: voleva che io scrivessi i versi della canzone che sarebbe diventata La balada del tanguista».

Cos'altro conosce dell'Italia?
«Negli anni successivi sono stato anche in città come Torino e Napoli, a recitare le mie poesie. A Genova, invece, è la prima volta che vengo. In generale, comunque, i miei legami con l'Italia sono molto forti. Ho avuto un'educazione molto europea: il mio bisnonno si chiamava Stefano Franscini (fu il primo presidente presidente della Confederazione Svizzera, ndr), e per salvare la sua famiglia da Napoleone III, fece emigrare tutti a Mar De La Plata. E anche la donna della quale io sono l'uomo è di origine italiana».

Da dove ha origine la poesia?
«È un insieme di suoni che arrivano e si trasformano in parole. È l'idea che nasce: senza l'idea non vengono né la grazia, né le rime. Fu mia madre, dopo essere stata allieva della poetessa Alfonsina Storni, che mi insegnò a cantare e a recitare con il cuore».

Quali sono i suoi poeti preferiti?
«Dante e Shakespeare sono quelli che da sempre mi hanno più affascinato. Tra gli italiani amo particolarmente Salvatore Quasimodo e Gabriele D'Annunzio. Di Borges, poi, apprezzo più il lato poetico che quello narrativo. E mi piacciono molti poeti colombiani».

Ascolta altra musica, oltre il tango?
«Certo. Tra gli italiani mi piace molto il cantautore napoletano Roberto Murolo. Ma in generale ascolto tutta la musica. Dalla classica al rock».

Il rock? Per esempio?
«Elton John, credo che sia un grande artista. E poi i Queen. Non importa la forma d'arte: la cosa importante è il talento, la qualità, la capacità creativa».

 
 
 
 
 
 
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