«L'uomo nuovo del titolo, One New Man Show. Atto unico per solo uomo nuovo, è chi non è nato tale ma si sente tale e che, apparendo femmina, viene giudicato, come si diceva un tempo, un pervertito». Davide Tolu, autore del monologo teatrale - e da 5 impegnato come operatore teatrale con bambini e adolescenti - così descrive lo spettacolo di cui ha curato anche le musiche e la regia. Un lavoro che ha portato in giro per l'Italia fin dal 2004, ma che solo questo sabato, il 20 giugno 2009 (unica replica), presenta per la prima volta a Genova al Teatro Altrove (ore 21). In scena Matteo Manetti a cui spetta il compito «di far sentire il pubblico nei panni di chi geneticamente è nato donna ma si sente uomo e non riesce a farsi riconoscere in questa sua identità interiore».
One New Man Show, interamente prodotto da persone transgender, tocca un argomento scarsamente affrontato in Italia, dove si parla più spesso della situazione contraria ovvero il passaggio da uomo a donna. Una storia che per Davide e Matteo coincide con il vissuto autobiografico - per loro a lieto fine - ma che, spostando il contesto negli anni Settanta, Davide è riuscito ad allontanare da una storia troppo personale per puntare lo sguardo su un'epoca in cui la confusione proliferava intorno alle donne che, vestendo o assumendo atteggiamenti maschili, potevano essere scambiate per femministe, bisessuali, contestatrici, lesbiche, invertite senza mai essere realmente comprese nella definizione contemporanea di transgender, all'epoca ancora non prevista: «quando l'identità sessuale a cui si sente di appartenere non è in sintonia con quella biologica». Spostarsi indietro nel passato permette di raccontare il coraggio di chi ha vissuto fino in fondo la propria complessa identità senza rinunciarci e spianando la strada per le generazioni a venire, in particolare ponendo le basi per la Legge 164/82 del 1982.
Posto in un contesto chiuso, quello di un paese di provincia, con una comunità molto stretta, tesa al giudizio, lo spettacolo presenta il personaggio principale, attraverso un racconto in prima persona ma anche gli interventi e i punti di vista di altre figure. Il suo nome è Pietro, o meglio questo il nome che ha scelto per sé, ma del nome di battesimo non c'è traccia anche se ovviamente è chiaro che si tratta di un nome femminile volutamente censurato. Pietro rievoca i protagonisti del suo passato per spiegare la propria vita, a se stesso innanzitutto e alla fine, troverà un solo modo per fuggire dalla sua prigione, ma qui siamo sul finale ed è solo sedendo tra gli spettatori che scopriremo qual è la soluzione.
Tra i personaggi che costellano il racconto ce n'è anche uno sufficientemente visionario da comprendere e accettare Pietro per quello che è: il nonno. «Nella sua vecchiaia o forse dall'alto della sua esperienza sulle cose della vita, la figura del nonno è la più vicina a Pietro. Forse perché la vecchiaia è una dimensione che sta tra il sogno e la vita reale, fatto sta che il nonno tratta Pietro da maschio perché lui si comporta da maschio e il nonno stesso non capisce perché gli altri insistano a pensarlo femmina. Sarà l'unico con cui Pietro va d'accordo».