Capello corto, fisico minuto sguardo acceso, spirito in perenne attività. È Nicla Vassallo, una delle teste di serie dell'Ateneo genovese - dove è professore Ordinario di Filosofia Teoretica - ma ormai maître à penser su diversi temi come le filosofie femministe, le tematiche legate all'identità e al genere. Noi la conosciamo bene Nicla, alcuni anni fa ha iniziato a scrivere su questo webmagazine di sé, di libri, di filosofia. Insomma, è anche un'ottima divulgatrice.
Partecipe attiva all'interno di diversi comitati editoriali e consigli scientifici, scrive regolarmente su Domenica, il supplemento culturale del quotidiano Il Sole 24 Ore. È nota per le sue ricerche che riguardano, da una parte, la natura della conoscenza e dall'altra alcune ontologie che paiono presupporre l'esistenza della categoria "donna". Tra le sue numerose pubblicazioni scientifiche, ricordiamo l'ultimo volume che ha curato per Codice Edizioni: Donna m'apparve.
Non potevamo non fare quattro chiacchiere con lei, prendendo spunto dal gay pride: «Certo, ci sarò. Da privata cittadina, al di là delle mie preferenze sessuali e di ogni mio ruolo pubblico. Sfilare sarà un po' come percepirsi su un autobus per rivendicare i diritti civili di ogni essere umano, e, al pari di Rosa Louise Parks, rifiutarsi di cedere il posto a un bianco che nel nostro caso è rappresentato dall'omofobica/o. Ma sfilerò soprattutto perché credo fermamente nella profondità dell'amore, del desiderio, dell'erotismo, del dedicarsi all'altro/a, del fondersi con l'altro/a nella reciprocità e nel rispetto. Dovrebbero sfilare tutti coloro che condividono questa credenza. Una credenza che risulta inconciliabile con l'omofobia». Per Nicla il gay pride è un modo per crescere, per dire "siamo qui" al mondo intero: «La cultura deve emergere, insieme alla civiltà e all'umanità: l'orgoglio, in fondo, è proprio quello di essere e volere essere persone. In un pride ci si unisce, forse confonde, ma si ritrova anche la propria peculiare identità: ecco quella/o sono io, e, al di là delle mie preferenze sessuali, sono qui per manifestare a favore dei diritti umani e civili. A causa di una sua classica vocazione mediterranea, quando essa significa apertura razional-cognitiva, Genova potrebbe assurgere a ottima paladina di tali diritti. Me lo auguro. Rimpiangerò, altrimenti, pride come quelli di Londra o Parigi».
Come credi i media stiano trattando il pride genovese?
«Non ci si può attendere molto. C'è poca libertà d'espressione e di stampa. Due dati interessanti per comprendere il "degrado" in cui ognuno di noi (non sempre consapevolmente) vive nella cosiddetta società dell'informazione: di recente i ‘Reporters without Borders' (Reporter senza frontiere) hanno classificato l'Italia al 44° posto, mentre la ‘Freedom of the Press' ci piazza al 73° posto tra i paesi parzialmente liberi. Sarebbe straordinario che il pride si trasformasse in un'occasione per i media di dimostrarsi più liberi. Temo, invece, quanto è sempre accaduto e che sta accadendo: del pride si parla poco e male, se ne esaltano i lati più appariscenti, come se rappresentassero gli unici aspetti, in modo da rafforzare nel grande pubblico i pregiudizi, tra cui vi è senz'altro quello di un'omosessualità esclusivamente pittoresca».
Ti sei spesso occupata di smascherare pregiudizi e falsi idoli che dominano il discorso sul genere, in particolare sulle donne. Quali sono questi pregiudizi? Il ragionamento vale anche per i pregiudizi verso l'omosessualità?
«Il primo pregiudizio, da cui ne discendono troppi altri, riguarda la classificazione dell'umanità in due sessi e in due generi. Sempre e solo due (ma perché mai?), uno ‘eccellente' e l'altro ‘inferiore', se non addirittura ‘spregevole' (ma perché mai?). Tra l'altro, appartenenza sessuale e di genere ci dicono davvero poco su chi siamo quando non si considerano anche appartenenza etica, classe sociale, preferenza sessuale, storia personale, cultura, disabilità, religione, età, e via dicendo. Venendo ai pregiudizi che riguardano ancor oggi le omosessualità (non dimentichiamo di declinarle al plurale), essi sono smisurati. Basti pensare ai tanti epiteti con cui ci si può riferire a un omosessuale, o alla fissazione stando a cui le omosessualità sarebbero "contro natura". In proposito, consiglio a tutti la lettura (o rilettura) del bel volume della mia amica Eva Cantarella Secondo natura: la bisessualità nel mondo antico, della Storia della sessualità di Michel Foucault, di The Invention of Heterosexuality di Jonathan Ned Katz. Vi aggiungo due capolavori della letteratura contemporanea: Orlando di Virginia Woolf e Memorie di Adriano di Marguerite Yourcenar. Soprattutto consiglio a tutti di riflettere sul concetto di "natura": solo le scienze sono in grado di dirci ciò che è naturale e ciò non lo è. Un assaggio lo abbiamo avuto lo scorso anno grazie a Against nature?, la piccola e bella mostra sull'omosessualità nel regno animale che il Festival della scienza ha portato al nostro Museo di Storia Naturale "G. Doria" dal Natural History Museum dell'Università di Oslo. Quanto, invece, alla vera e propria superstizione sulla depravazione omosessuale, o comunque sull'assenza di etica nelle relazioni omosessuali, non posso che rimandare a Lesbian Ethics: Toward New Values di Sarah Lucia Hoagland. In ogni caso, nel parlare di depravazioni o perversioni, è sempre meglio cercare di definirle e comprendere se esistono; solo dopo è consentito etichettare alcuni comportamenti come depravazioni e/o perversioni. Se si è onesti, però, lo si deve fare a partire dal proprio ‘orticello', che è in genere quello eterosessuale».
Nei tuoi scritti hai evidenziato le discriminazioni che si insinuano anche nel mondo accademico e della ricerca. Vedi miglioramenti da questo punto di vista?
«I dati non rilevano mutamenti significativi. A venire premiate continuano a risultare le minori competenze, le irresponsabilità, una scarsa cultura di respiro internazionale. Questo vale non solo da noi, ma anche in altri paesi europei giudicati, a torto, più evoluti del nostro. Insomma, cerchiamo di guardarci bene negli occhi, senza cedere a tentazioni classiste. Di fatto, ai ‘notabili', preferisco le pescatrici/i pescatori (le/i pochi rimaste/i) e le contadine/i contadini. Qualcosa in loro rimanda a un modo onesto di rapportarsi al mondo. E' l'onestà che va cercata. In se stessi e negli altri. Se volete sono classista nel credere che sia l'onestà culturale, intellettuale e scientifica la base da cui partire per denunciare le discriminazioni».
Anticipando il tema dell'incontro da te organizzato dove, a Palazzo Ducale, lunedì prossimo, sarà ospite Rosi Braidotti per The Wall: quali sono i principali ‘muri delle identità' oggi?
«Immagino che Rosi parlerà di nomadismo delle identità. Il nomadismo rappresenta un buon modo per abbattere seriamente diversi muri. Uno dei muri che più mi preoccupa è quello dell'identità europea, alla ricerca costante di radici che si vorrebbero cristiane e che da cristiane si trasformano in cattoliche per normare le nostre esistenze, soprattutto sessual-amorose, e incanalarne in un'unica direzione coercitiva. Da donna mediterranea, da filosofa, da nomade partirei, invece, dall'antica Grecia, ove vigeva una distinzione tra agape, eros e philia: c'è sì un amore che si è tramutato in un sentimento dall'afflato religioso, ma c'è anche un amore erotico e c'è un affetto dovuto alla propria famiglia e ai propri amici. Attenzione, comunque, a impiegare il Nuovo Testamento per rintracciarvi radici europee eterosessuali e anti-omosessuali. In Christianity, Social Tolerance, and Homosexuality: Gay People in Western Europe from the Beginning of the Cristian Era to the Fourteenth Century, John Boswell insiste sulla necessità di distinguere bene ciò che è condanna delle omosessualità da ciò che è invece condanna della prostituzione, così come ciò che viene considerato insolito da ciò che viene considerato innaturale».
Quali sono i diritti negati più di frequente nella società di oggi?
«Limitando il discorso al nostro paese, è sufficiente leggere gli articoli della Costituzione della Repubblica Italiana e rilevare quanti non si trovano effettivamente rispettati nella realtà quotidiana. Venendo agli omosessuali, i diritti loro negati sono maggiori: basti pensare che non sono considerati cittadini al pari degli altri, altrimenti sarebbe loro concessa la possibilità del matrimonio, della paternità, della maternità, e via dicendo. Il mio amico Vittorio Lingiardi chiarisce bene la situazione in Citizen gay. Famiglie, diritti negati e salute mentale, mentre in Buoni genitori Chiara Lalli ci mostra forme di genitorialità che troppi insistono nell'ignorare. Viviamo in una società eteronormativa e omofobica che impone i propri stereotipi ovunque, negando non solo diritti fondamentali agli omosessuali, ma costringendoli a vivere in mondi in cui lo standard è eterosessuale. Per esempio, se accendiamo la tv, quante probabilità abbiamo di vedere un film d'amore lesbico e quante invece di vedere la classica rappresentazione della donna "bella, semi -nuda e scema" che allieta l'immaginario di troppi eterosessuali?»
Noti differenze o discriminazioni anche nel mondo omo?
«Le differenze esistono. Anche se qui ho sostanzialmente parlato di omosessualità, occorre avere sempre presente che vi sono le tipologie ‘bisex', ‘trans', ‘queer' in cui si esprimono molteplici identità. Per di più, la stessa omosessualità è un universo variegato a cui ogni omosessuale ha il diritto di conferire la propria particolare interpretazione nella teoria e nella pratica. Non dimentichiamo poi le differenze individuali: per esempio, cosa accomuna una lesbica benestante, "bianca", di ottima cultura, con una buona consapevolezza della propria preferenza amoroso-sessuale, che vive in un entourage ove si può esprimere liberamente (anche sotto il profilo erotico) a una lesbica indigente, "nera", di bassa cultura, con una pessima consapevolezza della propria preferenza amoroso-sessuale, che vive in un entourage ove non si può affatto esprimere liberamente? Mi domando anche se, al di là di ogni buona intenzione, la prima lesbica riesca nei fatti a non nutrire alcun pregiudizio sulla seconda e a non discriminarla, come d'altronde mi domando se la seconda lesbica riesca nei fatti a non nutrire alcun pregiudizio sulla prima e a non discriminarla».
La tua stroncatura di Simone de Beauvoir nel centenario della sua nascita ha fatto molto discutere. Di cosa l'accusi?
«In rete, su Lipperatura di Loredana Lipperini, si trovano alcune repliche interessanti alla mia stroncatura. Non accuso però Simone de Beauvoir, ma mi limito a mostrane l'arretratezza e banalità culturale: eccessivi i suoi epiteti e pregiudizi nello scrivere di lesbismi. Nonostante si possa o non si possa essere lesbiche, nonostante si possa vivere talmente male le proprie preferenze sessuali da travisarle attraverso le modalità più bizzarre, una filosofa deve ragionare e riflettere con obiettività e responsabilità, cosa che de Beauvoir non fa. Ma quando si ‘tocca' un'icona, seppur passata, del femminismo italo-francesce, l'intellettualità contemporanea non reagisce. In ogni caso, non è giunta la spiegazione richiesta da Antonio Carioti, sulle pagine del ‘Corriere della sera' dello scorso 8 novembre, in un articolo incisivo intitolato Nicla Vassallo processa il mito Simone de Beauvoir, che credo sia importante riproporre nella sua interezza, anche perché sintomatico di un buon giornalismo libero. Ecco cosa scrive Carioti: Dimenticare Simone de Beauvoir? Non basta. Non è sufficiente chiarire che «non ha più nulla da dirci». Bisogna smascherarla, denunciarne «l'alterigia, l'indifferenza, la competitività nei confronti delle donne». E soprattutto evidenziarne l'incapacità di coniugare l'universo femminile al plurale, la deleteria insistenza sul «concetto di donna» al singolare, quasi a definire un'essenza immutabile, la quale altro non è che «una finzione al servizio del maschilismo». A stroncare in questi termini ‘Il secondo sesso', celebre e ponderosa opera di Simone de Beauvoir ora riedita dal Saggiatore, è Nicla Vassallo, docente di Filosofia dell' Università di Genova. Il suo articolo, pubblicato dall'Indice dei libri del mese lo scorso ottobre, è un'autentica filippica, rivolta anche contro i francesi che hanno celebrato in pompa magna la loro connazionale nel centenario della nascita, da Elisabeth Badinter a Bernard-Henri Lévy. Altrettanto duro il giudizio sul compagno di Simone, il filosofo Jean-Paul Sartre: la celebre coppia viene definita moralmente «infida», oltre che «priva di un'effettiva originalità intellettuale». D'altronde certe espressioni spregiative verso le lesbiche che Nicla Vassallo cita da ‘Il secondo sesso' lasciano sgomenti, tanto da far ritenere che, firmato da un'altra autrice, quel libro sarebbe una bestia nera del mondo gay. Comunque i casi sono due. O queste accuse sono infondate, ma allora non si capisce perché nessuno finora abbia cercato di confutarle. Oppure Nicla Vassallo coglie nel segno, ma allora viene da chiedersi perché per tanto tempo il testo più noto di Simone de Beauvoir sia stato presentato come il contrario di quello che è. Urge qualche spiegazione. Arriverà mai questa spiegazione? E, se non arriverà, quale saranno le ragioni?».
Che cos'è l'irrazionalità?
«Domanda complessa: il tentativo di chiarire il concetto di "razionalità" e conseguentemente quello di "irrazionalità" attraversa l'intera storia della filosofia e oggi viene perseguito anche dalle scienze. Se non si può rispondere alla domanda in poche parole, si possono però indicare alcuni atteggiamenti irrazionali: per esempio, ogni discriminazione illogica; ogni stereotipo con cui decodificare il mondo; ogni tentazione di imprimere a sessualità e amore direttive rigide che vietano le fluidità; ogni incapacità di riconoscere che sessualità e amore rappresentano, tra l'altro, costruzioni sociali; ogni classificazione che ha reso malattie le omosessualità; ogni obnubilazione su quanti omosessuali, durante il nazismo, sono stati internati nei campi di concentramento, su quanti sono stati condotti esperimenti ‘scientifici', su quanti hanno subito carcere, lavori forzati, castrazione».