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Gay Pride: in 200mila sfilano per le strade di Genova

 
Sabato 27 giugno la manifestazione ha attraversato Genova: «Ma quando capita di vedere così tanti visi sorridenti tutti insieme?». Di Marta Traverso
 
   

     
Genova, 27 giugno 2009
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di
Marta
Traverso
   

Il mio Gay Pride è iniziato ieri mattina: aprendo Facebook ho notato il messaggio di una mia ex compagna di Università. Dice che lei, il suo compagno e la loro bambina saranno a manifestare, perché lo Stato non riconosce il loro essere coppia così come non riconosce i diritti delle coppie omosessuali. E mi si apre il cuore a pensare che le persone non hanno tutte la mentalità chiusa di tante altre che purtroppo ho conosciuto.
E qui devo fare un passo indietro, al mio primo Gay Pride: avevo quindici anni ed ero in vacanza ad Amsterdam proprio nei giorni della manifestazione. Ricordo che camminavo per strada, ed erano tante le coppie dello stesso sesso che si tenevano per mano e si baciavano: scene che a Genova in questi giorni si sono viste poco. Per questo sono stata felice di esserci. Sono stata felice di trovarmi in mezzo a quella folla sterminata di persone che hanno popolato e dato vita alle strade della mia Genova. 150.000, dicevano le previsioni, invece sono arrivati in 200.000.

Durante la manifestazione ho osservato, ascoltato, riflettuto molto. E sono tante le immagini che sono rimaste impresse nella mia mente. Una su tutte: i bambini. Appena arrivata ne ho visti due che camminavano sventolando le bandiere dell'Arcigay. E lungo il corteo erano tante le famiglie con bambini di ogni età, dai più piccoli sul passeggino, a quelli che procedevano con una mano ai genitori e un palloncino nell'altra. «È importante spiegare a loro fin da piccoli che non esiste un modo giusto e un modo sbagliato di amare», dice Luisa.
Poi tanti adolescenti: «mi sembra di essere tornata a quando da piccola aspettavo il Natale», è il pensiero di Elena. E poi Marco, che confessa: «Non vedo l'ora di veder passare i carri». E i carri arrivano presto, e l'inizio del Pride è segnato dalle parole di Don Andrea Gallo, uno dei 'Pretacci' che Candido Cannavò ha raccontato in uno dei miei libri preferiti, salito sul carro delle sue Princesas. So che ci sarà anche un altro prete, Don Franco Barbero: l'ho letto sul suo blog. Ma in mezzo a tanta gente è difficile incrociare volti conosciuti. Poi incontro Eliana Matania Ruggiero, che ha presentato il libro Il mio angelo al Village del Porto Antico e ora sta preparando uno striscione insieme ad altre donne: mi piace tanto la sua maglietta, dove sta scritto 'Orgoglio (il mio) e pregiudizio (il vostro)'.

Ma tra tutte le testimonianze che ho ascoltato, una in particolare mi ha colpita. Alba ha la mia stessa età, e mi confida: «essere qui, e vedere la gioia di tutte queste persone, mi fa dimenticare le sofferenze che ho vissuto e vivo ogni giorno per esprimere me stessa». Allora mi guardo attorno, e si affaccia nella mia mente una domanda: «ma quando capita di vedere così tanti visi sorridenti tutti insieme?». E penso a tutti coloro che definiscono il Gay Pride una 'carnevalata', o usano espressioni peggiori. Perché forse, se accettassero di scendere in piazza a guardare oltre l'apparenza, a guardare in faccia ciascuna di quelle persone, capirebbero che c'è molto di più. Ci sono persone che nella loro vita quotidiana soffrono perché non viene concessa loro la libertà di amare, e che in alcune parti del mondo rischiano anche la vita per questo; sono persone che si mettono in gioco e dimostrano a tutti di essere felici e orgogliose di ciò che sono. Oggi con bandiere, lustrini e abiti appariscenti. Nella vita di tutti i giorni, camminando sempre a testa alta. È questo il significato letterale dell'espressione Gay Pride.

 
 
 
 
 
 
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