«Genova ha capito che il Gay Pride non sarebbe stata una carnevalata: in tanti sono venuti a festeggiare con noi e ad ascoltare quello che avevamo da dire sul palcoscenico di piazza De Ferrari». Alberto Villa, portavoce del Comitato Genova Pride, è raggiante, «anche se oggi mi fanno male i polpacci a causa della camminata di sabato e dell'afterhour alla Fiera: ho ballato tutta la notte». E come lui molti genovesi hanno festeggiato nel Padiglione B un Pride davvero indimenticabile.
Alberto Villa era al capo del corteo accanto a Valdimir Luxuria e Franco Grillini: «quando da via Balbi ho visto la grande folla che ci attendeva all'Annunziata mi sono emozionato da star male», confessa lui, che è passato a trovarci in redazione insieme al suo compagno Daniel Gaspar, anche lui nell'organizzazione del Pride e star del Village nel ruolo della Drag Queen Agata. Per un giorno Alberto ha lasciato a casa giacca e cravatta e indossa una t-shirt bianca e scarpe da ginnastica: questo per lui è il giorno del relax.
La cosa più bella del Pride? «L'affetto della gente accorsa a salutarci». La più brutta, «il malore che ha colpito un trans durante il corteo. Tiziana, questo il suo nome, è ancora in ospedale: le siamo vicini». Qualcuno si è anche chiesto: perché non si è deciso di interrompere la manifestazione? «Ovviamente ci abbiamo riflettuto a fondo. Ci siamo trovati di fronte ad un problema di ordine pubblico. Poi, quando Tiziana si è ripresa ed è stata trasportata in ospedale, ci è sembrato giusto concludere il corteo. Sul palcoscenico il primo pensiero di Luxuria è stato per lei».
Alberto non scorderà mai il momento in cui Marta Vincenzi si è unita al corteo: «la Sindaco era commossa, forse perché questa è stata la più grande manifestazione di popolo che Genova abbia mai vissuto. Marta ci sostiene dal primo giorno. Chi l'ha fischiata non conosce il suo impegno nell'organizzazione di questo Gay Pride».
Ma ora che ne sarà del Comitato Genova Pride? «Spero resti in vita», risponde Alberto, «proprio da questo comitato potrebbe nascere una federazione di associazioni a sostegno dei diritti della comunità LGBTQI (Lesbiche, Gay, Bisessuali, Transgender, Queer, Intersessuali). E magari l'anno prossimo riusciremo ad organizzare un Pride locale, con la seconda edizione del Village al Porto Antico».
Tra i progetti c'è anche la costituzione di un laboratorio dei diritti: «da sempre il capoluogo ligure è simbolo di integrazione. Vorremmo esportare il modello Genova altrove».
Nonostante la soddisfazione, Alberto oggi ha voglia di togliersi qualche sassolino dalla scarpa: «rispondo a Gianni Plinio e Matteo Rosso, che avevano definito il Pride una manifestazione blasfema: in realtà è stata una grande festa di popolo». Un commento anche sulle polemiche sollevate da alcuni commercianti genovesi, che non volevano il Pride di sabato: «i negozianti che ho incontrato erano entusiasti. Hanno avuto più clienti del solito già a partire dall'ora di pranzo, e dopo la fine del corteo i manifestanti si sono riversati nel centro storico per mangiare e bere qualcosa. A volte il mugugno è davvero gratuito». Poi una riflessione sul futuro dei movimenti per i diritti degli omosessuali: «oltre alla rete nazionale Arcigay esistono piccole realtà che hanno molte cose da dire. Dobbiamo fare tutti mezzo passo indietro e parlare con voce unanime».
La Chiesa in questi giorni è stata in silenzio: «è stato giusto così. La partita è tra noi e lo Stato».
Dopo il successo di un Pride che ha visto la partecipazione di circa 200 mila persone, c'è da chiedersi: Genova da oggi è una città diversa? «La città è pronta per cambiare. Io sono sempre stato in prima linea nella lotta per i diritti delle coppie omosessuali e ho avviato un dibattito sull'adozione. Forse, anche a causa delle mie posizioni, non mi è mai stato affidato un ruolo politico. Non lavoro dal 2008 e questo mi fa soffrire, perché vorrei veder riconosciuti i miei meriti. Però sono uno che dice quello che pensa, e questo fa paura».
Alberto è il primo sostenitore della famiglia, tanto che vorrebbe costruirsene una. Magari insieme a Daniel, con cui convive da poco più di due mesi in un appartamento del centro storico: «ci siamo conosciuti al Virgo, un locale gay di Genova», racconta Daniel, che ha 26 anni ed è brasiliano, «viviamo la nostra storia con grande serenità anche se a volte, quando ci prendiamo per mano, ci sentiamo gli occhi puntati addosso».
Alberto e Daniel sono molto innamorati: «intanto siamo nati entrambi sotto il segno del sagittario», scherza Alberto, «e poi quando stiamo insieme riusciamo ad essere noi stessi. Non abbiamo ancora avuto tempo di fare progetti, ma di sicuro il Gay Pride ci ha uniti ancora di più».
Daniel lavora come parrucchiere, ma è anche una splendida Drag Queen. Il suo alter ego si chiama Agata ed è tutto il contrario di lui: «lei è insopportabile, nervosa e piena di pretese. Io sono decisamente più simpatico».