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Easy Star Alla Stars
© foto: Olly Hearsey - www.ollyhearsey.co.uk  -  Easy Star Alla Stars
 

Reggae al Mojotic 09

 
A Sestri Levante, Entroterra Roots e Easy Star All Stars per una riuscita serata reggae-dub. Al termine, il curioso Silent Disco After Party
 
   

     
Sestri Levante, 05 luglio 2009
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di Stefania Pilu (Teardrop)
   
4 luglio. La prima serata del Mojotic festival è al profumo di Jamaica, con una vivace spruzzatina di brit-sound declinato in alcune delle sue migliori varianti.
Nell'affascinante cornice della Baia del Silenzio di Sestri Levante, sul terrazzo dell'ex Convento dell'Annunziata affacciato su una bolla d'acqua cinta dagli scogli, la musica è stata la regina incontrastata della notte. Lo spazio ridotto della scena, delimitato dalle mura del chiostro, ha conferito all'evento un fascino intimo e raccolto: a tratti, è parso di trovarsi in un affollato club di periferia e non su una sospirante scogliera.

Gli Entroterra Roots hanno preparato il terreno, scaldando piedi e animi per circa un'ora: sul palco, undici elementi -alcuni dei quali polistrumentisti- per un'esibizione di musica reggae onesta e pulita, con le incisive voci delle interpreti femminili alternate alle piú o meno convinte vocalità dei ragazzi. L'uso del dialetto genovese in alcuni dei loro testi è originale ed interessante: i ragazzi hanno saputo sfruttare la musicalità e la rotondità di numerosi termini, trasformandoli in azzeccati vocaboli raggamuffin che nulla sembra debbano invidiare a quelli anglofoni.
Non è certo la prima volta che il vernacolo locale si rivela tanto malleabile e funzionale a contesti che, apparentemente, gli sono estranei o distanti. Dalle ricerche e gli esperimenti di De Andrè e Pagani, passando per gli innovativi ibridi dei Sensasciou, fino ai dissacranti doppiaggi di Mazinga Zetto, il dialetto ligure dimostra di essere piú globalizzante che mai.

É la volta degli headliners stranieri: gli Easy Star All Stars si schierano velocemente nei pochi metri quadrati di palco e si stringono immediatamente alle prime file, stabilendo un contatto fisico e visivo col pubblico.
Questo collettivo reggae, composto da una potente triade di basso-chitarra-batteria, una coppia di fiati ed un paio di vocalist, sa il fatto suo, non c'è che dire. Con mano sapiente, ha saputo reinventare alcune pietre miliari della storia della musica, senza provare timori o remore nei confronti di  intoccabili quali Pink Floyd o Beatles. 
Sfiorando il proprio ep di brani originali del 2008, l'apertura dell'esibizione, non a caso, è tutta per i Fab Four e la rilettura del loro Sgt.Pepper's: da A day in the life a She's Leaving Home, passando per When I'm sixty-four e le strepitose cover di With a little help from my friends e Lucy in the sky with diamonds, si rimane stupiti nel notare come il reggae-dub della band sembra sposarsi con naturalezza con le note di questi classici
Accarezzati da pensieri quasi blasfemi, viene da credere che -forse- il tappeto musicale su cui si sono mossi Lennon, Waters e relativi soci sia stato proprio quello del reggae. O, addirittura, che ogni genere nasca dal dub! Oibò, è meglio non scervellarsi su tali quisquilie: occorre concentrarsi sull'esibizione degli Easy Star che sembrano aver conquistato in men che non si dica tutti i presenti, infervorati, sudati e sorridenti.
Il fatto che i brani eseguiti siano stra-conosciuti ed amati dal pubblico con partiture differenti non sembra precluderne l'apprezzamento, anzi: i ritornelli vengono cantati a squarciagola e ogni singolo passaggio genera movimento e divertimento giú in platea
Le atmosfere oniriche dei brani piú psichedelici sembrano addirittura essersi consolidate, anche per quanto riguarda i pezzi dei Pink Floyd rielaborati in The Dub Side of the Moon: Us and them, Brain damage, The great gig in the sky.
Money da vita perfino ad un pogo collettivo che, all'uscita del disco originale, nel 1973, non so in quanti avrebbero pronosticato possibile.
Un punto debole sembra essere l'esecuzione delle tracce di Radiodread, rilettura di Ok Computer dei Radiohead: per esempio, pur avendo conservato la propria vena malinconicamente acida, Paranoid Android pare leggermente slegata e Karmapolice, coi suoi nonsense neri, sembra essersi ridotta ad un mero slogan. 
Eppure, queste imperfezioni non tangono affatto la qualità di un'esibizione che, a parer mio, potrà essere ricordata negli annali del Mojotic come un'ottima performance: al termine dello show, la platea è totalmente conquistata e l'entusiasmo accumulato esplode nel Silent Party Afterdisco.

Dapprima, tutti sembrano piú diffidenti che incuriositi nei confronti delle cuffie wireless che vengono distribuite ai bordi del palco. 
Ma,quando i deejay cominciano ad azzeccare le selezioni musicali (reggae e revival pop-rock su un canale, truzzo-disco sull'altro), il divertimento esplode: levarsi per un attimo le cuffie per vedere i corpi agitarsi su ritmi ignoti ha un effetto curioso e straniante, assolutamente originale. Osservare la folla dividersi in due fazioni che cantano a squarciagola ritornelli diversi in differenti momenti, poi, è ancora piú alienante, ma non meno spiritoso. Un'esperienza danzereccia da provare almeno una volta nella vita. Peccato per chi, stavolta, l'ha mancata.


 
 
 
 
 
 
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