Spiagge libere e mare pulito a Genova?

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Genova non ha mai avuto tradizioni balneari rilevanti, anche se alcuni anziani ricordano quando i bagni, agli inizi del Novecento, si facevano alla Foce e a Cornigliano.
In quegli anni lo sviluppo industriale, prevalente nel ponente della città, correva più veloce delle esigenze turistiche di famiglie e vacanzieri non ancora numerosi. Così le spiagge della grande Genova, che da levante a ponente si estendevano da Nervi a Voltri, si riducevano sempre più, lasciando definitivamente grandi porzioni di litorale alla ferrovia, al porto, all'Italsider e alle distese di container.

Le coste di mare rimaste libere, per bagnarsi e abbronzarsi, rimanevano quelle distribuite a levante da Nervi a Quinto, da Quarto a Sturla, da Boccadasse a Corso Italia e a ponente da Multedo a Pegli e da Pra a Voltri, container permettendo.
Ad aumentare gli spazi balneabili si erano aggiunti negli anni quelli artificiali di piscine come quella di Albaro e in anni recenti della Sciorba; sembrava che questo bastasse alla balneazione dei cittadini, anche perché l'aumento esponenziale dei vacanzieri trasferisti, che sceglievano mete turistiche lontano dalla città per i loro meritati bagni, era in continuo aumento, rendendo sufficiente l'offerta di spiagge pubbliche e a pagamento.

La tormentata vicenda del progetto di ristrutturazione del Lido, storico stabilimento balneare di corso Italia, ha riproposto l'antica questione legata allo sviluppo del litorale e alla presenza intensiva di stabilimenti balneari più o meno prestigiosi ma a pagamento, che negli anni hanno assunto i toni di una vera e propria lottizzazione privata, soprattutto in corso Italia.
Se da una parte, con l'operazione di riqualificazione delle vecchie aree portuali in occasione delle Celebrazioni Colombiane, il progetto di Renzo Piano restituiva una vasta porzione di porto e di banchine alla vita della città, riavvicinando fisicamente i genovesi al loro mare più prossimo, la costa riservata alla balneazione assumeva sempre più i toni della blindatura ineluttabile, con la costruzione di interi edifici in cemento ad affondare i loro plinti sulla battigia, a ridisegnare una città in miniatura, parallela a quella vera, fatta di strade, piscine, dehors, ristoranti e cabine, come piccole case a schiera in cemento, affacciate, come nel caso del Lido, su ampie e digradanti terrazze verso il mare.

Per comprendere la questione e non sollevare polveroni demagogici, va ricordato che nella seconda metà del secolo scorso, quando i temi ambientali legati all'inquinamento del mare erano meno sentiti, gli stabilimenti si dotarono in modo sempre più intensivo di strutture e sovrastrutture ludiche permanenti, con il fine di ovviare a un lungomare senza mare, inquinato ed inavvicinabile, per favorire lo svago su un lungo costa privo di una balneazione di qualità.
La costruzione di depuratori come quelli della Darsena e Punta Vagno hanno migliorato la qualità del mare, ma non abbastanza per garantirne la costante balneabilità, se è vero che un anno sì e uno no c'è sempre qualche motivo per vietarla, dalle alghe ai colibatteri, dalle meduse ai microorganismi.

Negli anni, i gestori di stabilimenti hanno imparato a fare di necessità virtù, realizzando oltre il lecito vere e proprie colate di cemento in riva al mare, compromettendo la qualità della costa con l'intento comprensibile di attirare clienti e turisti, a fronte di amministrazioni comunali compiacenti, che hanno preferito chiudere un occhio assicurandosi lauti profitti dalle licenze, piuttosto che garantire spiagge libere e mare pulito.

Luca Mazzari

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