Il 20 luglio ha debuttato al Teatro Villa Pamphilj di Roma, il 24 era alla Versiliana (Pietrasanta) e «domenica sera un'accoglienza straordinaria al Festival Plautino - afferma Corrado Tedeschi - erano in 2000 a Sarsina (Cesena, ndr) ad applaudire questo nuovo Don Giovanni di Molière realizzato a partire da un progetto di Tinto Brass», nell'adattamento di Fausto Costantini e per la regia di Beppe Arena, che vede l'attore e presentatore televisivo nel ruolo di protagonista. Dopodomani, mercoledì 29 luglio 2009, il Don Giovanni di Tedeschi, affiancato in scena da Corinne Bonuglia nei panni di Donna Elvira, Barbara Bovoli in Sganarello e ad altre sei muse-amanti/attrici (Margherita Adorisio, Elena Aru, Titti Cerrone, Valeria De Luca, Kiara Mura e Stefania Ugomari-Di Blas) sarà a Genova all'Arena del Mare al Porto Antico all'interno del festival Ridere d'agosto ma anche prima.
«Da tempo, come molti tra i registi e gli attori - prosegue Tedeschi - Tinto Brass voleva misurarsi con Don Giovanni, la sua interpretazione riguarda soprattutto l'ambientazione fisica e temporale del testo che si sposta verso gli anni '20/'30, in un'atmosfera buia e un po' triste di una Venezia moribonda. Brass ha guardato a questo fascinoso personaggio come fosse Gabriele D'annunzio e certo avrebbe voluto spingere di più sul pedale dell'erotismo, cosa che in teatro non funziona e che ha generato alcune naturali divergenze con il regista.
E seppure qualche visione di donna come piace al cineasta dei film erotici si possa ritrovare, direi che la nostra produzione è di gran lunga più casta di quella di Mozart, anzi punta decisamente sulla leggerezza, con momenti divertenti». In questa rilettura stiamo parlando di un Don Giovanni amatore senza scrupoli, bramoso di conquiste oppure scavando si rintracciano anche segni di una personalità a suo modo sensuale e sensibile? «È un uomo che ama molto le donne, ma a modo suo e che per una donna difficilmente mostra lati positivi, dato il suo totale rifiuto di assumersi delle responsabilità. Per lui il piacere dell'amore sta nella novità e nella conquista di una nuova creatura. Direi che da un punto di vista femminile è una figura orrenda perché priva di moralità, uno che usa le donne per il suo piacere, senza farsi scrupoli».
Quindi un personaggio completamente negativo anche dal suo punto di vista, e allora perché interpretarlo? «Perché i personaggi positivi sono sempre noiosi, lui invece è dotato di grande fascino e combatte sempre la noia. Le figure dei grandi amatori della storia sono sempre un po' tristi, il loro comportamento spesso li conduce alla solitudine più greve. E comunque si tratta di un personaggio complesso e contraddittorio destinato a far discutere, qualcuno per esempio ha visto in questa sua fame d'amore la necessità di nascondere un'omosessualità. L'aspetto positivo è che Molière scrisse questo testo come gesto di protesta in risposta alla censura che colpì il suo Tartufo: una provocazione al moralismo bacchettone dell'epoca, quindi un testo che recuperato nel suo contesto e nelle sue motivazioni d'origine si risolleva decisamente».
E della morale lei personalmente che ne pensa, voglio dire oggi è un valore la morale o no?
«A giudicare dalle notizie e dalle immagini che trasmettono i media direi che è parecchio latitante, mi riferisco alla morale positiva non a quella opprimente. Diciamo che il buon gusto manca completamente e ce ne sarebbe davvero bisogno. Per fare un esempio più aderente al testo, il Don Giovanni di Molière è un uomo coltissimo che usa parole meravigliose, i modelli di Don Giovanni che circolano oggi, come questi Corona, sono gente burina e volgare. Messo a confronto il personaggio di Molière è un colosso e quello che mi dispiace è che i modelli di oggi finiscono per avere il sopravvento su giovani che non hanno strumenti critici per discernere. E allora meglio Don Giovanni, almeno è colto».
Sempre a proposito di buon gusto e moralità, da uomo di teatro e spettacolo come vede i tagli del governo alla cultura e al FUS?
«Dico che un paese si giudica da come tratta la cultura. In Francia quando c'è crisi i fondi destinati alla cultura aumentano. E poi basta accendere la Tv da noi e vedere la volgarità che dilaga. Io per fortuna ho l'affetto del pubblico quindi lavoro molto, ma per i produttori è diventato praticamente impossibile andare avanti. Siamo in un momento per cui sento continuamente colleghi che finiscono in mezzo a una strada e compagnie che saltano. Spero che ci ripensino e capiscano il valore della cultura».
Dalla sua posizione di più fortunato ha pensato usare la sua popolarità per intraprendere qualche tipo di azione sensibilizzatrice che smuova le acque e riporti l'argomento sul tavolo delle priorità e della discussione?
«Ma il teatro è fatto di molti nomi, spesso quelli citati sono sempre gli stessi e politicamente i meglio posizionati, c'è molto individualismo. Quello che ci vorrebbe è un movimento come negli Stati Uniti dove le persone si espongono e rischiano sulla propria pelle, ma qui non mi pare ci sia niente del genere in vista, ci fosse certo che aderirei».