Nella cornice sempre suggestiva di piazza San Matteo a Genova, ieri, martedì 28 luglio 2009, all'interno del Festival in una notte d'estate di Lunaria Teatro, lo spettacolo Belacqua/Beckett. Omaggio a Samuel Beckett - dove l'italianista e critico letterario Guido Davico Bonino calcava la scena nei panni di lettore-interprete accanto all'attore Valeriano Gialli (anche regista) - è stata una serata per amatori della scrittura scarna, ellittica, poetica e ironica di Samuel Beckett.
Ricreando il meccanismo della coppia complementare beckettiana (da Vladimir e Estragon, a Hamm e Clov, o Mercier e Camier), si aggiungeva sul palco un terzo interprete (nella versione genovese Mario Marchi) che corrisponde ancora a un ruolo forte della scrittura del Nobel del '69 (uditore, regista-dittatore, inquisitore), intento a porre domande, dall'alto di una certa autorità, a cui Belacqua/Beckett - ovvero Beckett e il suo alter ego della raccolta giovaniele More pricks than Kicks - o le molte voci narranti che ha creato all'interno dei suoi testi, non riesce, non può, non sa dare risposta.
Come anticipato da un'introduzione sul palco ma fuori scena da Guido Davico Bonino stesso il copione «è un montaggio di testi beckettiani non teatrali, selezionati in particolare tra la voluminosa produzione di narrativa breve e qualche poesia. Tra gli ultimi da lui scritti, quando già si era ritirato a un'esistenza solitaria in un ospizio per anziani a Parigi, Beckett decide di raccontarsi. Valeriano e io come due dei suoi clochard ripercorriamo attraverso le sue parole le fasi e le persone cruciali della sua vita. Per un omaggio nella ricorrenza del 20 anno dalla sua scomparsa».
Tra tracce musicali d'atmosfera (da John Cage, Chant Cistercien, Josuin Desprez, Troubadours, Chostakòvitch, Lìgeti e Fauré), i monologhi di Valeriano Gialli e Guido Davico Bonino si alternano sospinti da alcune brevi ma energiche interrogazioni poste da Mario Marchi che inquadrano ancora più puntualmente i passaggi tematici del racconto per frammenti.
Una serata per amatori, si diceva, che può lasciare perplesso/a chi non conosce Beckett e la sua scrittura perché condotto in un percorso pieno di ostacoli, evocativo ed elusivo allo stesso tempo, pieno di dettagli ma spesso troppo minuziosamente legati a un contesto o a un vissuto per essere rintracciati come rilevanti.
La scelta di una mobilità che aderisse perfettamente al testo ma anche al corpo, come una didascalia detta e agita, crea un felice inizio nell'ingresso dei due interpreti principali in scena: occhiali scuri tutto vestito di nero con un notebook appeso al collo, Valeriano Gialli; altrettanto vestito di nero «rigide le ginocchia, piedi divaricati, molle il busto» è Guido Davico Bonino. A maggior ragione lo sforzo fisico gestuale e di mimica di Valeriano Gialli - a tratti pupazzo dinoccolato, altre volte estatico e ignaro impegnato in un racconto concitato - ben si adatta a queste tracce di racconti che sempre microscopicamente, con ossessiva e scientifica cura, indicano posture e posizioni, da ferma e in movimento della voce narrante e di chi questi incontra nel suo peregrinare in attesa di una morte che è «un affare che va per le lunghe» e che farà spesso pronunciare a questi personaggi malandati la frase «no, non rimpiango nulla, solo di essere nato».