Genova 4 agosto. Credo di non averla mai goduta come oggi in un anno. Calda e fresca insieme. Asciutta. Tersa e frizzante. Mi tengo queste sensazioni come appunti preziosi. Per dirmi che allora non mentivano (o non mentivano del tutto) i libri di geografia delle elementari e delle medie, in particolare le edizioni Aristea che negli anni del boom fecero conoscere agli alunni più piccoli le regioni d'Italia. Genova dal clima mite, Genova e la Liguria dove gli anziani vanno a svernare per fuggire i rigori della pianura padana o -più tardi- del centro Europa. Genova e la Liguria dove si trovano gli agrumi e perfino i cedri, poi non se ne parla più fino ad Amalfi. Ma di quale città parlavano?, mi sono chiesto tante volte in quest'anno genovese, zeppo e zuppo di piogge inclementi, con un ombrello pronto di qua e un ombrello pronto di là, costretto a comprare e usare solo pantaloni tipo jeans perché se vai a Genova per tre giorni di fila una bella pioggia te la becchi di sicuro, meglio se sotto forma di temporale; sicché, se viaggi senza troppi bagagli al seguito, non sai come ti potrai presentare alle occasioni ufficiali, se i pantaloni avranno ancora un filo di piega o ti faranno massa intorno (la gente guarda, la gente osserva; queste cose le osserva).
Scoprire Genova come ti venne raccontata sui libri (e come i suoi abitanti amano narrarla) procura una sensazione incantevole. In primo luogo perché ti restituisce quel minimo di fiducia necessaria nella parola scritta e nel racconto orale, senza di cui vagheresti senza bussola nelle tue elucubrazioni sull'universo mondo. In secondo luogo perché Genova è bellissima davvero. La guardi e brilla nei suoi palazzi meravigliosi, a qualunque altezza sul livello del mare. Di più: è letteralmente sfolgorante nelle successioni di bianco impero, di ocra, di verde muschio, di rosso bruno. Dal Porto Antico al Matitone nelle ore della tarda mattinata che dovrebbero essere infuocate e non lo sono. Le strade non starnazzano, perché il traffico d'agosto rende tutti più civili e spensierati. Intorno e sopra di te c'è solo un'architettura mozzafiato di forme e di colori che ti puoi fermare a contemplare estasiato, senza temere che ogni minuto di sosta ti renda più appiccicosa la camicia. Insomma quando non piove e non c'è la macaia (non ho mai capito come si scriva) Genova è davvero la più bella città di mare d'Italia. E ancor di più lo pensi se la sera qualcuno ti sospinge fino a Boccadasse. Allora, succhiando golosamente le brezze del tramonto, capisci perché chi vive a Genova senta così poco il bisogno di cercare il mare altrove per più di una, massimo due settimane. Perché l'impianto e i desideri delle vacanze siano insomma così diversi tra genovesi di qua e torinesi e milanesi di là. Ti chiedi perfino, con un po' di irriconoscenza verso la storia, che cosa c'entrino queste bellezze con l'industria pesante che ha dato da vivere, qui, a centinaia di migliaia di famiglie per decenni e decenni. Insomma, ti poni gli interrogativi che a una certa età diventano più affascinanti, il senso della realtà, la legge dei contrasti, ecc. Per arrivare poi a pensare, semplicemente, che comunque questo è un pezzo di terra-e -mare- come ce ne sono pochi al mondo.
P.S. Quanto sopra è stato scritto ieri 4 agosto. Stamattina 5 agosto la situazione è già cambiata. Di nuovo la contemplazione delle meraviglie ha effetti sulla mia camicia. Datemi un libro di geografia, per favore...