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Afterhours in concerto alla Festa Democratica di Genova

 
La formazione milanese capeggiata da Manuel Agnelli presenzia all'Arena del Mare con un concerto lungo e maestoso. L'apoteosi dell'indie rock. Di Stefania Pilu (Teardrop), dalla community
 
   

     
Genova, 03 settembre 2009
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di Stefania Pilu (Teardrop)
   

Eccoli di nuovo tra noi: dopo il reading a Palazzo Ducale e alla Fnac, mercoledì 2 settembre gli Afterhours sono tornati sotto la Lanterna.
Ero particolarmente impaziente di rivederli live, dopo la loro fugace apparizione sanremese dello scorso febbraio: ammetto di aver subito storto il naso quando ho appreso di questa loro scelta. Le critiche nei confronti della kermesse canora nazional-popolare sentite pronunciare direttamente dalle labbra dell'Agnelli Manuel non avevano dunque più valore? Dove erano finite le scatarrate sui pulcini?

Coerenza traballante a parte, forse giustificata dal tentativo di mostrare all'Italia che c'è ben altro, al di là dei miagolii degli Amici di Maria, la loro breve presenza su quel palco e il brano dato in pasto alla platea, Il Paese è reale, mi hanno stupita: c'è qualcosa di davvero maturo nelle loro ultime scelte, qualcosa che va oltre la baldanza delle ormai innocue parolacce gridate in faccia al pubblico catodico.

Con un certo atteggiamento snobista (ma è il prezzo da pagare, pur di avere almeno un paladino che combatta contro l'ovvietà neomelodica) sembra che il gruppo stia prendendo coscienza del suo ruolo e della propria unicità all'interno del deserto produttivo nostrano.
Mi auguro solo che non imbocchino una deriva eccessivamente paternalista: il progetto 19 artisti per un Paese migliore? ha un che di esclusivista e, benché l'abbia parzialmente apprezzato, non credo rispecchi la bellezza dell'indie che boccheggia nei sotterranei del Belpaese.

L'eliminazione praticamente istantanea degli Afterhours a Sanremo, gusti personali a parte, è stata l'ennesima riprova che la musica italiana cosiddetta indipendente continua a non avere vita facile sul mercato e che tutto ciò che si discosta dal melodico e dal virtuoso "fa strano" ed è guardato con sospetto, quasi a temere chissà quali spaventose contaminazioni.
Eppure, e perdonate la banalità, conosco pochissimi episodi cantautorali in grado di pareggiare i conti con l'innegabile qualità lirica e musicale del gruppo milanese: Manuel non avrà la voce di un Bocelli e i suoni grezzi degli arrangiamenti non possiedono, d'impatto, la grazia di un quartetto d'archi, ma il verbo degli Afterhours (anche quello più estremo e nonsense, quello tirato giù con la tecnica del cut-up) ha la disarmante capacità di rispecchiare lo stato d'animo di chi lo ascolta.

Gli accordi violenti e i riff sporchi raggiungono il giusto grado di accidia, malinconia e soave animosità in grado di accompagnare qualsiasi vicenda, in qualità di perfetta colonna sonora.
Ecco che il concerto di ieri, lunghissimo, ha mostrato tutta la qualità intrinseca degli Afterhours: la voce di Manuel ha vacillato in diverse occasioni, ma i graffi sul cantato hanno rappresentato solo un valore aggiunto.
Inoltre, vedere sul palco, ieri sera, nientemeno che Stefano Edda Rampoldi, nome storico dei Ritmo Tribale, mi ha fatto un certo effetto: una delle voci più belle della primitiva scena indie ha aperto la serata con un'esibizione letteralmente assurda.
Testi improbabili, accompagnati dalla sua chitarra e da un mandolino, su cui la potenza ed il fascino vocale che gli conoscevo sembrano non avere alcun impatto. Edda parla di occhi pelosi e grida alcune buffe trivialità, aspettandosi addirittura di essere fischiato.
L'Agnelli M. dichiarerà di aver ricevuto una specie di dono divino, con quell'ospitata. Contento lui, contenti tutti.

Non voglio ricordare l'ordine della scaletta, è praticamente ininfluente: sappiate solo che, al terzo brano, si era già su Male di miele, introdotta più o meno così: «vi sarete accorti dei volumi bassi. Non è una scelta nostra. Dobbiamo accettare una delle tante cose che, ultimamente, ci vengono imposte. C'è ancora chi non capisce quale sia il volume della musica rock». Quasi meglio di Robespierre, direi, e non solo per la sciarpina nera e vezzosa che porta al collo.
Tanta roba, tanta roba. Praticamente, tutto I milanesi ammazzano il sabato (continuo a vedere visi accigliati ed interdetti, però, durante l'esecuzione dell'ultimo album, eppure non è affatto male: meditate gente, meditate) e gran parte di Ballate per piccole iene, forse l'espressione più alta della loro qualità artistica: Sangue di Giuda, La vedova bianca, La sottile linea bianca.

Milano circonvallazione esterna, Sulle labbra, Lasciami leccare l'adrenalina, Bye bye Bombay, Bungee jumping, perfino Non è per sempre, 1.9.9.6., una stupefacente Dea, e - oh, my gosh! - nientemeno che Strategie.
Tutto condito dal bellissimo violino di Rodrigo D'Erasmo che sembra essere sempre esistito, fin dai tempi, luridissimi, di Germi.
E, poi, strani e dilatati intermezzi in inglese, al limite del country, e perfino una What a wonderful world ben lontana da quella di Joey Ramone.

Un'esibizione che è stata una dichiarazione di aperta belligeranza al piattume delle playlist radiofoniche e televisive, alle prescrizioni mediatiche.
Perlomeno, me lo auguro ardentemente.

 
 
 
 
 
 
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