Un ramo dopo l'altro, solo foglie secche, accartocciate come in pieno autunno. Eppure siamo ancora ai primi di settembre. No, non sto descrivendo la voracità con cui le fiamme hanno divorato, in questi giorni, interi ettari di bosco e macchia mediterranea a Genova, ma anche alle Cinque Terre e altrove - Napoli e Roma - in Italia. Sto raccontando la morte rapida e silenziosa di un albero di ciliegio - nel caso specifico - come di molte altre specie che possono proprio morire così: per via di un fungo che ne attacca le radici e poi magari spunta con il suo "fiore" a qualche punto del tronco ed è già troppo tardi. Eppure l'associazione fungo-pianta in natura non è solo sintomo di "malattia", al contrario ha un'accezione assolutamente positiva e, negli ultimi tempi proprio a Genova, c'è un perito agrario, Aldo Grande, che se ne sta occupando, indagando le applicazioni delle cosiddette micorrize a giardini e uliveti, con l'obiettivo di recuperare una risorsa del tutto naturale che stimoli e mantenga sana la pianta e il terreno.
«Le micorrize sono un'associazione tra funghi e radici, presente in natura, ma non obbligatoria, quindi pianta e funghi ovviamente esistono anche in modo del tutto autonomo. Esistono tuttavia delle preferenze tra funghi e piante, che vanno assolutamente rispettate - scegliere la spora più opportuna per un certo tipo di pianta - perché se sottovalutate si rischia di perdere del tutto la validità del fenomeno naturale. Queste associazioni sono messe sempre più a rischio da ambienti troppo antropomorfizzati, ovvero dove l'intervento umano è troppo invasivo e si rende così difficile per la radice reperire il nutrimento. Mico= fungo e Rizo= radice». In laboratorio si sta riproducendo questa simbiosi per realizzare un prodotto - in grado di creare e difendere questa micorrizazione - destinato alla distribuzione nei vivai e quindi anche ai singoli consumatori, nell'ottica di fornire un'alternativa alla fertilizzazione nel rispetto della natura.
«Il procedimento è piuttosto semplice e alla portata anche del singolo - anche se la distribuzione del prodotto è ancora molto indietro e sono pochissimi i vivai che lo tengono. Si tratta di inoculare nel terreno, nella zona delle radici, queste spore fungine che si sviluppano e germogliano dando origine alla micorizzazione. Ovviamente più si va nel dettaglio e più l'intervento si fa scientifico: di solito si analizza il terreno per verificare le sostanze presenti e per pianificare l'intervento così da ristabilire l'equilibrio tra acqua, sostanze tossiche e minerali e specifica acidità del terreno stesso.
In commercio esistono al momento torbe micorrizate o pastiglie essiccate di micorrize, però il fungo ha bisogno di umidità e questi prodotti rischiano di veder ridotte le potenzialità del trattamento. Per esempio per tutto agosto personalmente ho interrotto il trattamento con micorrize per via della forte siccità, che non avrebbe permesso alle spore di germogliare o magari una volta messe nel terreno potevano essere dilavate con l'irrigazione».
In concreto quali sono i vantaggi di questa pratica?
«Le micorizze permettono alla pianta di reperire risorse idriche oltre al cibo, il che per esempio diventa cruciale nei lunghi periodi estivi come quello che si sta ancora protraendo e di fronte ai limiti oggettivi di innaffiare per esempio gli uliveti. D'altra parte con la micorizzazione del terreno possiamo - ancora prendendo ad esempio gli uliveti - evitare di distribuire nitrati, riducendoli di un terzo nella concimazione, dal momento che per ogni grammo di nitrato almeno la metà va disperso nelle falde acquifere - l'azoto è infatti molto mobile - quindi qui l'effetto positivo l'abbiamo sull'ambiente circostante con una notevole riduzione dell'inquinamento e un maggior rispetto dell'equilibrio biologico».
Questa pratica potrebbe essere utile come terapia curativa dopo la devastazione portata dagli incendi di questi giorni?
«Sì, certo, sarebbe molto utile ma, data l'estensione dei terreni, anche molto costoso.
Il fuoco impoverisce il terreno ben al di là di quello che si vede in superficie. Carbonizza tutto in pochi attimi, il soprasuolo viene poi dilavato e la ricchezza perduta, perché viene a mancare quel processo per cui foglia dopo foglia che cade e marcisce va a creare l'humus. In pratica si perdono 10/20/30 anni dell'avanzamento della vegetazione sul terreno. Dato che in Liguria i terreni sono di costituzione abbastanza poveri, in queste situazioni si retrocede alla partenza, cioè a una struttura chimico-fisica del terreno talmente danneggiata che si ritorna alle fasi iniziali della ricrescita: prima il manto erboso - spesso molto più verde dopo gli incendi - a cui segue la ricrescita dei primi arbusti, poi di quelli un po' più grossi fino al leccio e al bosco. Per altro gli interventi dopo gli incendi devono essere molto accurati altrimenti si corre il rischio di vedere morire le nuove piante. È quello che è successo per esempio a Sestri dopo l'incendio di Sant'Anna. Hanno messo a dimora alcuni alberi che non hanno attecchito e si è daccapo».