Vengono, lei (Paola Villani) dal design, lui (Daniel Blanga Gubbay) dalla storia dell'arte. Non più di cinque anni fa i loro cammini si sono incrociati a Venezia in una scuola tra teatro e arti visive. Così nel 2004 sono rinati come Pathosformel meritando per il loro lavoro il Premio UBU 2008. Sabato 12 e domenica 13 settembre, il duo sarà a Genova, alla GAM di Nervi per presentare Concerto per harmonium e città in forma di installazione video (a cui ha collaborato anche il musicista Lorenzo Senne) e un laboratorio sul gesto dal titolo La collezione (aperto a tutti ma a numero chiuso, clicca qui per info), due appuntamenti che segnano la seconda volta di Prototipo Festival a Nervi e la chiusura della rassegna che si tiene a metà agosto alla fortezza del Priamar di Savona.
Concerto per harmonium e città è un concerto per organo a pedali (harmonium) e registrazioni elettroniche in contesti urbani «è come se in ogni nota si seguisse il percorso lungo singole strade - spiega Daniel Blanga Gubbay - un viaggio cartografico (a video) in un ambiente sonoro. Quella che emerge è una città ideale composta da frammenti di varie città (Parigi, Barcellona, Milano e Roma e poi San Pietroburgo), dove le relazioni urbanistiche sono regolate da scelte geometriche e portano a sviluppi urbanistici molto diversi tra loro, combinando strutture a griglia o a stele». Questo lavoro nasce come parentesi musicale all'interno di un lavoro performativo. «Dopo lo spettacolo La più piccola distanza (Premio Iceberg, 2009, ndr), dove alcune figure geometriche richiamavano la struttura a pentagramma, ma poi si relazionavano come cittadini in una piazza, ci è stato commissionato un disco. Allora abbiamo rilanciato per lavorare con l'harmonium per una mappa geografica che si componesse e scomponesse. Il risultato è il disco che si intitola Musiche per harmonium, lo spettacolo e il concerto in forma di video installazione. Tre lavori con cui si è concluso il percorso tra musica e città».
Il laboratorio La collezione mi pare vada in tutt'altra direzione essendo focalizzato sul gesto e sul concetto di collezionare?
«È teorico e pratico, dedicato al tema del collezionismo e della gestualità umana ad esso legata, aperto a tutti (ma a numero chiuso). È un modo per avvicinarci alla nuova produzione che debutterà a marzo 2010. Abbiamo avviato questa serie di laboratori fin da maggio, sei sono già stati condotti in varie città, ne restano 4 (a Genova, Sarajevo e Ravenna). Nella prima parte si svolge una riflessione comune con i partecipanti sull'idea della collezione e del come ogni elemento che entra modifica radicalmente l'intera collezione. Segue una parte più pratica dedicata ai gesti del collezionista, il gesto inteso come oggetto mobile all'interno di un'ipotetica collezione. Ci interessa che i gruppi di lavoro siano il più possibile disomogenei, proprio perché chi proviene dalla danza, chi dal teatro o dalle arti visive, o dalla scultura porti il suo punto di vista. Che è poi la nostra natura: noi non veniamo dal teatro e ci piace confrontarci con altri mezzi e competenze».
Puoi anticipare qualcosa del nuovo lavoro? Dal momento che siete oltre la metà dei laboratori mi immagino che il nucleo vi sia ormai chiaro.
«Entriamo in residenza a fine ottobre perché questo lavoro è prodotto dalla Centrale Fies Factory di DRO in provincia di Trento. Questo è il terzo e ultimo anno.
Sappiamo già che il lavoro ruota sull'idea di ricostruire a livello articolare e meccanico i gesti. Il corpo non è inteso come personalità ma piuttosto come macchina emotiva: ogni inclinazione degli arti è già un significato e questo è il nucleo del lavoro. Come approccio creativo il laboratorio è una pratica nuova per noi. Ma per ogni lavoro modifichiamo il modo di approcciare il fare in base alle esigenze del lavoro stesso».
Come mai pur provenendo da altri ambiti artistici avete comunque scelto il teatro come luogo e contenitore per le vostre produzioni?
«Perché in teatro rimane la forma di un dialogo privilegiato con lo spettatore. Siamo partiti dal riformulare o lasciar immaginare in qualcos'altro la forma del corpo a partire da forme geometriche, perché il teatro è sempre stato il luogo deputato alla presenza del corpo. E a noi interessava fare il percorso inverso, ovvero verificare se era possibile riflettere sull'assenza del corpo in scena, quindi capire se il corpo poteva essere punto d'arrivo invece che punto di partenza».