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Remo Bodei
Remo Bodei
 

L'intervista con il filosofo Remo Bodei

 
«L'America è un paese che sa cambiare». Sabato 12 a Carrara racconta gli Usa nell'immaginario degli italiani. E lunedì 14 è a Genova per parlare di memoria. Di Daniele Miggino
 

 
   

     
Genova, 11 settembre 2009
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di
Daniele
Miggino
   
 
Remo Bodei
È nato a Cagliari il 3 agosto 1938. Laureato all'Università di Pisa, dove ebbe come maestro Arturo Massolo che lo introdusse allo studio dell'idealismo tedesco e in particolare alla filosofia hegeliana, ha perfezionato la sua preparazione teorico-storico-filosofica a Tubinga e Friburgo, frequentando le lezioni di Ernst Bloch ed Eugen Fink; ad Heidelberg, con Karl Löwith e Dieter Henrich; poi all’Università di Bochum.
È stato visiting professor presso le Università di Cambridge, Ottawa, New York, Toronto, Girona, Città del Messico, California Los Angeles ed ha tenuto conferenze in molte università europee, americane ed australiane. Dal 2006 insegna filosofia alla UCLA di Los Angeles, dopo aver a lungo insegnato storia della filosofia ed estetica alla Scuola Normale Superiore e all’Università di Pisa dove tutt'ora tiene, saltuariamente, qualche corso.
[Wikipedia]

Poche settimane dopo l'attentato al World Trade Center di New York, nell'ottobre 2001, rispondendo alla domanda se l'11 settembre fosse uno spartiacque della storia, il filosofo Remo Bodei disse: «Ha introdotto un elemento nuovo, l'odio a cui le democrazie si erano disabituate. Noi siamo cresciuti nella mitezza e nella tolleranza». E ancora: «L'odio scatenato dall'attentato scardina le difese immunitarie della democrazia. L'altro diventa il nemico, il male assoluto contro cui si combatte». Arrivarono l'invasione dell'Iraq, lunghi anni di guerre, poi la crisi economica. Alla fine arrivò Obama, e qualcosa cambiò. Sono passati già molti anni dal 9/11 - come dicono gli americani - e quel ciclo di azione-reazione violenta - ferita-odio-vendetta - sembra chiuso. Non senza strascichi, ma forse una nuova fase è iniziata.

Bodei, che ha insegnato in diverse Università statunitensi, e oggi è docente di Filosofia alla Ucla di Los Angeles, torna a parlare con noi di quell'evento epocale, l'11 settembre di otto anni dopo. Il filosofo è direttore artistico del Con-vivere festival di Carrara (11-13 settembre), che dedica l'edizione 2009 proprio all'America. E lunedì 14 settembre sarà a Genova per parlare di memoria, in occasione del ciclo di conferenze The Wall (Palazzo Ducale, Sala del Minor Consiglio, ore 17.45, ingresso libero). «La coincidenza con l'anniversario dell'attentato di Con-vivere è casuale - dice - la manifestazione si svolge tutti gli anni nel secondo fine settimana di settembre. Noi avremmo voluto ricordare ufficialmente l'evento, tanto più che abbiamo come ospite Mrs Mary Ellen Countryman, Console Generale degli Stati Uniti. Ma gli americani non gradiscono molto che se ne parli. L'arrivo di Obama ha portato una grande volontà di ricominciare. Ancora una volta gli Stati Uniti dimostrano di essere un paese che cambia, che una volta a terra si risolleva e riparte».

A proposito di memoria. L'Europa, al contrario dell'America, non è altrettanto propensa al cambiamento, o sbaglio?
«Gli americani dicono che l'Europa è un museo. Passato e tradizione affondano le radici in 3000 anni di storia. Mentre l'America arriva appena a quattro secoli. La società americana è molto più mobile della nostra. Forse noi europei siamo più consapevoli, più saggi, ma sicuramente meno dinamici».

A Carrara parlerà dell'America nell'immaginario degli italiani.
«Sì. L'immagine che abbiamo degli Usa è storicamente ambigua. Da un lato è la terra promessa. Dall'altro è l'America amara del libro di Emilio Cecchi. Già nell'Ottocento si verificò il linciaggio di alcuni italiani a New Orleans. Il fascismo la definiva una plutocrazia piena di gangsters. Ma molti intellettuali - da Soldati a Pavese e Vittorini - la vedevano come il paese della libertà. L'antiamericanismo emerse anche durante la guerra, dopo la distruzione di Montecassino per esempio, ma cessò non appena gli americani arrivarono, con i loro doni, le caramelle, il cioccolato. Per chi guardava a Ovest era il paese della democrazia e della libertà, per chi guardava ai sovietici era la patria del capitalismo selvaggio e dell'oppressione sociale».

E oggi?
«Come dicevo. L'America ha dimostrato di essere un paese che sa cambiare. Lo dimostra il dibattito odierno sulla riforma sanitaria proposta da Obama. Un tema cruciale: negli Stati Uniti ci sono milioni di persone che per fare un'operazione all'ospedale pagano per anni e anni. Lui ha detto che costerà meno delle guerre. Purtroppo sarà difficile che mantenga tutte le promesse, le lobby americane sono troppo potenti».

E lei cosa ne pensa dell'America?
«È un paese molto complicato. Io rimango perplesso quando vedo colleghi o giornalisti che stanno là un paio di mesi e ne scrivono un libro. Comunque ho un rapporto positivo. Il livello universitario è stellarmente lontano dal nostro. Ma io insegno in una università dove gli studenti pagano dai 25.000 ai 40.000 dollari di retta. I genitori iniziano a mettere via i soldi per il college appena i figli nascono. D'altra parte, uno studenti su tre ottiene borse di studio. Anche la vita sociale è a macchia di leopardo. Io a Los Angeles abito a Santa Monica, un quartiere bellissimo. Ma a South West ci sono centinaia di bande giovanili che sparano per divertimento. Poco più in là c'è Getty, un'istituzione culturale molto importante».

Tornando all'Europa. Lei parla di vere e proprie ferite nella memoria europea. Quali sono?
«Alcuni muri fisici hanno creato ferite che sono ancora aperte nella memoria collettiva europea. La cortina di ferro ha prodotto storie parallele nella stessa città, storie che hanno avuto difficoltà a re-incontrarsi. A Berlino Est sono ben felici che sia caduto il regime, ma sono meno contenti della disoccupazione e del costo della vita. Prima andavano a teatro con un marco, e lo Stato gli garantiva quasi tutto il necessario. Altre faglie sono state il Limes romano che per secoli ha diviso il mondo tra civile e non civile, la divisione tra Kosovo e Bosnia, un contrasto nato ai tempi dell'impero Romano d'Oriente e d'Occidente che ancora oggi non si sana».

 
 
 
 
 
 
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