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Robert Wyatt
Dalla viva voce - Robert Wyatt
 

Robert Wyatt. Dalla viva voce

 
‘Auditorium’ pubblica una serie di interviste rilasciate tra il 1996 e il 2007 dal batterista e compositore. Una lettura contagiosa. Di Riccardo Storti, dalla community
 
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22 settembre 2009
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Primi passi musicali in quella Canterbury che tanti contributi elargì al progressive rock. E lui, Robert Wyatt, c'era dentro fino al collo. Inquiete sperimentazioni varcando confini e frontiere: i primissimi Wilde (sì, con la "e" finale, in onore dello scrittore...) Flowers quindi quel marchingegno creativo - tutt'altro che "soffice" - denominato Soft Machine. Dopo il passaggio della "luna in giugno", la svolta "fusion" degli amici di un tempo non gli andava giù. Chi fa da sé, fa per tre. Un album per rompere (The End of an Ear). Una nuova entità, questa volta una talpa intenta a scavare (Matching Mole), però, pur sempre dotata - idealmente - di morbida struttura (in francese, infatti, suona "machine molle"...).

E lui gioca: con le parole e la musica, inventa inaudite alchimie. Sino all'incidente che gli cambierà la vita il 1 giugno del 1973. Era un batterista che si ritrovava su una sedia a rotelle. Ma è anche la nascita del compositore eclettico, capace di estremizzare e chiarire un disegno artistico di lampante raffinatezza. Arriveranno, così, Rock Bottom, Ruth is Stranger than Richard fino ai più recenti Cuckooland e Comic Opera.

Questo (e altro ancora) è raccontato nella collezione e collazione di vivace interviste pubblicate in Robert Wyatt. Dalla viva voce (Auditorium, 2009) e rintracciate - scorrendo un range temporale tra il 1996 e 2007 - dal curatore Claudio Chianura.

Wyatt narra se stesso e la sua avventura artistica con sobrietà, ironia e un pizzico di mite disincanto. Il flusso degli innumerevoli ricordi si stempera nella grana delicata di riflessioni estetiche ed etiche (se non addirittura "ideologiche"). E questo anche grazie all'approccio sistematico di quesiti mirati a definire il quadro, colloquio dopo colloquio (un "bravo" al curatore per l'abile lavoro di tessitura).

Passano in rassegna i Pink Floyd e Barrett, Björk, Brian Eno, Phil Manzanera, Paul Weller (legati dalla passione politica ma divisi dal sarto), John Lennon, Keith Moon ("Mi ha liberato dal problema di pensare agli standard stabiliti da qualcun altro"), la nostra Cristina Donà (definita da Wyatt "ottima musicista"), il rapporto con l'Italia (considerato il suo paese preferito) and so on...

Fosse solo una lettura. Macché. È un virus contagioso, quella "viva voce"; tanto che, scorse le prime righe, hai già voglia di posizionare sul piatto il vinile di Rock Bottom per poggiare la puntina nei pressi di Sea song. Risultato? "La cosa migliore è perdersi nella più grande incomprensibile vastità". Segnatevela. È sua. 

 
 
 
 
 
 
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