Afghanistan 2007. Daniele Mastrogiacomo sta per incontrare il mullah talebano Dadullah. Un'intervista concordata, che non si farà mai. I talebani sequestrano il giornalista di Repubblica, il suo autista e l'interprete Sayed Haga. Seguono quindici giorni di paura, percosse, minacce di morte, spostamenti continui. È stato uno dei casi diplomatici più delicati della guerra in Afghanistan. Il premier italiano di allora, Romano Prodi, si mosse in prima persona per la liberazione. I compagni di avventura del giornalista non ne uscirono vivi. Dopo due anni e mezzo, Mastrogiacomo ha raccolto le memorie di quel tragico evento in un libro. Non si poteva chiamare che I giorni della paura (E/o, pp. 190, 16 Eu).
La paura forse non si è mai mossa dall'Afghanistan in questi anni. Ma è tornata a colpire forte l'opinione pubblica con l'attentato di Kabul ai parà italiani, lo scorso 17 settembre. Come hai accolto la notizia? «Con stupore, non pensavo possibile un attentato così clamoroso in una zona centrale di Kabul, dove il traffico è intenso, i controlli serrati. Questo fa pensare come la situazione sia molto più complessa di come appare». Obama si ritira dall'Iraq, ma dice che in Afghanistan risiede ancora un pericolo per la pace internazionale. «Sono d'accordo - prosegue il giornalista - tutto è partito dall'attacco alle Torri Gemelli di New York. Dopo la guerra in Iraq ci ritroviamo senza aver debellato Al Qaeda, e con i talebani che rischiano di tornare a Kabul».
Sembra ritornare al punto di partenza, come si può uscire da questa situazione? «Bisogna tornare alla missione originaria. Gli afghani non vogliono che i talebani tornino, ma gli scontri rischiano di creare scontento. Ci vuole un cambio si strategia». Sono momenti, questi, in cui si sente parlare di ritiro: «il mandato delle Nazioni Unite e della Nato è chiaro, le singole forze non possono decidere da sole. Io penso che piuttosto si debba mettere quel paese in condizione di governarsi da solo. Coinvolgere anche gli Stati limitrofi».
Due anni fa è successo a Daniele. Più di recente ad un giornalista del New York Times. Il sequestro è tra gli effetti collaterali di un inviato di guerra. «È sempre più difficile fare questo lavoro - dice Mastrogiacomo - non siamo più neutrali». Difficile tirare fuori i ricordi - «le percosse, gli spostamenti nei bagagliaio delle auto, le minacce continue» - ma Mastrogiacomo lo ha fatto con «orgoglio e dignità», un po' come terapia, e poi perché sapeva che sarebbe piaciuto così ai suoi due compagni di strada che non ce l'hanno fatta.
Dei talebani il giornalista ci può dare un'immagine più chiara di molti altri: «sono giovani studenti delle madrasse, le scuole coraniche. Sono pieni di convinzioni e ideali religiosi. Di fronte agli infedeli sentono il dovere di tirare fuori l'arma e fare la jihad». Ecco perché è così difficile avere a che fare con loro: «stanno sempre in gruppo, mai con le donne, sono sempre allegri, mai depressi. A volte sono incuriositi dal diverso, ma in genere molto sospettosi». Vivono tra le montagne, in un paesaggio duro, ostico, come la loro visione del mondo. «Hanno moltissimi nemici anche tra i musulmani che non la pensano come loro». Ma per molti sono la resistenza.
Daniele Mastrogiacomo in Afghanistan non c'è più tornato. «E non lo farò per un bel po' - dice - ora mi occupo di Africa». I giorni della paura sono lontani, i luoghi della paura continuano ad essere tormentati.