How much art can you take? Con un verso degli SS Decontrol - gruppo hardcore anni Ottanta di Boston - debutta la mostra di Danilo Correale, 27 anni, napoletano, nuovo ospite di Chan, spazio espositivo nel centro storico genovese attorno a cui gravitano le ultime tendenze dell’arte contemporanea italiana e internazionale.
Davanti a un chinotto Danilo mi racconta del suo nuovo progetto. La citazione vuole essere un aggancio al passato recente a recuperare la critica della cultura underground di quegli anni che, profetizzando la filosofia del do it yourself, si lanciava contro l’arte che si vendeva al mercato.
La produzione artistica di Danilo si pone come indagine e critica del sociale: «ho la necessità di dire qualcosa ad alta voce, di essere politico senza esserlo esplicitamente» racconta. Contro l’artigianato dell’arte e l’estetica fine a se stessa, il suo lavoro si concentra sull’elaborazione-manipolazione dell’immagine alla ricerca di senso. «Non ho l’attitudine a presentare l’immagine fotografica come lavoro. È solo la partenza di una ricerca. Lo scopo è quello di porre questioni e cambiare il punto di vista, anche di chi osserva».
Il progetto che Danilo presenta da Chan parte da un suo personale archivio fotografico costruito negli anni dalla frequentazione della scena hardcore e punk italiana e dei centri sociali. Un materiale visivo da cui ha epurato il contesto per raggiungere la dimensione minima estetica e semantica dell’immagine. Tra la folla radunata davanti al palco un’azione di zoom fa incursione e porta a focalizzare i back delle magliette, del messaggio che ogni persona porta con sé in quella determinata situazione. Risultato: una dozzina di statements, manifesti, con citazioni in inglese che provengono sostanzialmente dal merchandising dei gruppi.
Dei 12 manifesti originari destinati a tappezzare il centro cittadino 4 sono stati censurati dall’ufficio affissioni del Comune di Genova che non ha dato giustificazione in merito. Si sa che quando ci entra di mezzo la religione sono guai. È dello scorso gennaio l’analogo episodio di censura che ha colpito la campagna pubblicitaria della UAAR (Unione Atei e Agnostici Razionalisti) sui mezzi pubblici.
Che una frase come God is great Satan is super avrebbe alzato un polverone lo si poteva prevedere, ma anche citazioni meno politically uncorrect come I’ve got some kind of hate sono state bocciate. Niente da fare. Bollino rosso. Eccola l’arte che dà fastidio, non quella da salotto ma quella di strada, cha va a scuotere l’attenzione del mondo che transita sulla piazza o aspetta la metropolitana.
Quando gli chiedo quali sono le cose e le persone che lo hanno stimolato ad intraprendere l’azione artistica lo metto in difficoltà. Poi ci pensa e mi risponde ed è interessante sentire come ad essere di nuovo al centro del suo discorso sia l’immagine e non qualche artista o corrente o pensiero. «Per me sono tre i momenti fondanti che hanno segnato la storia delle immagini e dell’immaginario collettivo». Cambio pagina e prendo appunti: il filmato 8mm dell'assassinio di Kennedy ripreso da Abraham Zapruder (Dallas, 22/11/1963), il filmato Hi8 del pestaggio di Rodney King ripreso da George Holliday (Los Angeles, 3/3/1991) e il filmato digitale da telefono cellulare dell'impiccagione di Saddam Hussein ripreso da anonimo (Baghdad, 30/12/2006).
Poi spiega: «questi video hanno cambiato la prospettiva del display del reale che diventa più reale se ripreso e ancora più reale se la ripresa è quella incerta e spontanea del cellulare. La bassa risoluzione ha cambiato anche i parametri estetici promuovendo la visione in real camera di molti telefilm di oggi come, ad esempio, The Schield. Il futuro è youtube, non la ricostruzione in immagini hd. L’hd è la morte del reale, come scrive Baudrillard».
La tendenza dunque è quella di annullare l’immagine e tirarne fuori il massimo grado di senso. La didascalia diventa più importante dell’immagine stessa. Didascalia, titolo, statement. Here we go.
Dal primo ottobre aguzzate la vista. Genova si colora di some kind of hate.