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È nelle sere miti che la Mandragola dà il suo meglio: completamente svuotati gli ambienti interni, i tavoli riversati nella piazzetta di San Cosimo. Una delle più belle di Genova. Se avete fortuna, la chiesa è anche aperta. Ormai da qualche anno il piccolo ristorante è diventato uno dei punti di riferimento della ristorazione del centro storico grazie ad una ricetta semplice: si mangia bene, si spende il giusto e la cucina è aperta fino a tardi. Anzi, per gli standard cittadini, fino a tardissimo. Il fatto che non sia facile da raggiungere per chi non è pratico di vicolame, forse ne preserverà queste qualità da mosca bianca per qualche tempo ancora. La folla tuttavia non manca e la prenotazione è essenziale.
Il servizio è efficiente, la carta è scritta a mano (con calligrafia quasi illeggibile: «cosa sono queste penne allo “sfenta”?», «no, è “spada”») ed è sempre vastissima. La lunghezza inconsueta dei menù è generalmente una cosa mi angoscia un po’, ma qui ho imparato a non preoccuparmi. Spazio dunque ai grandi classici genovesi, alle paste ripiene (agnolotti, ravioli), al pesce e alla carne. Nulla di extraelaborato, ma tutto fatto con molta cura ed alla resa dei conti buono. Poi io sarò all’antica, ma il fatto di poter ordinare un mistone di frisceu, cuculli e panisse come antipasto mi mette di buonumore per il resto della cena. A proposito di fritti, segnalazione di merito per quello di carne: asciutto e perfetto.
Il vino della casa è ampiamente decente; la carta dei vini non è invece all’altezza della qualità offerta dalla cucina, ma in un locale che si vuole “osteria di una volta” questo è indubbiamente un difetto minore.
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