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'Upstream' di Geoff Leigh e Yumi Hara
'Upstream' di Geoff Leigh e Yumi Hara
 

Moonjune, due album made in New York

 
Il jazz sperimentale del duo Geoff Leigh e Yumi Hara. Il concept album di Copernicus, poeta e filosofo della Grande Mela. Le recensioni di due dischi dell'etichetta americana. Dalla nostra community
 
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13 ottobre 2009
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di Riccardo Storti
   

Dalla label newyorkese Moonjune, due CD eccentrici all’insegna dell’espressività più free.

Upstream di Geoff Leigh e Yumi Hara si presenta già dalle prime note come un intelligente condensato di quell’aleatorietà di genere cresciuta ai bordi del jazz e della contemporary music. D’altra parte gli artefici mostrano un poderoso background alternative. Geoff Leigh (qui al flauto, sax soprano, cetra, percussioni, nose flute e vari ammennicoli elettronici) ha militato nella prima formazione degli Henry Cow, giostrandosi, poi, tra Slapp Happy, Hatfield and the North, Mike Oldfield, Univers Zéro e Faust. Ex psichiatra, Yumi Hara è una pianista giapponese che ha prestato tastiere e voce a musicisti del calibro di Hugh Hopper (Soft Machine) e David Cross (King Crimson).
La sperimentazione cresce battuta dopo battuta, tra le ampie volute flautistiche di Leigh ben sorrette dalle atmosfere rarefatte della Hara (Upstream); talvolta si intuiscono suggestioni dalle favole più radicali dei Softs (The Strait) ma anche porte sonore verso l’Oriente (Stone of the Beach), echi di un delicato impressionismo deteriorato (A Short Night e The Siren Returns), esasperazioni vocali (At the Temple Gate), soffi tibetani (Something about the Sky) sino alla gara di acuti tra il sax soprano di Leigh e l’ugola della Hara in Dolphin Chase.
Radicale e raffinato, Upstream merita sedimentazioni di ascolti e aperture non solo “acustiche”. Riferimenti plausibili: Brian Ferneyhough, Toru Takemitsu, John Zorn, Ornette Coleman e Holger Czukay.

Non canta, ma declama, Copernicus. Poeta e filosofo della Grande Mela, il nostro (al secolo Joseph Smalkowski) squaderna il suo pensiero nel concept album di recente fattura Disappearance. Tutt’altro che esordiente, Copernicus ha dato alle stampe questo suo dodicesimo lavoro regalando al suo ristretto pubblico un’opera intrisa di ineluttabile disincanto.
In principio erano le 12 particelle subatomiche, quindi ecco l’uomo: un zombie cieco che ha saputo solo creare illusioni in un povero gioco di specchi, falsamente conoscitivi. Povero homo sapiens in grado solo di coltivare il proprio ego nell’ignoranza. Tutto è relativo, anche una possibile “rivoluzione”. “Copernicana”?
Il portato musicale – abilmente coordinato da Pierce Turner – si serve di più generi (folk, psichedelia, jazz, elettronica, blues e rock) ma centrale rimane la vis recitativa di Copernicus, in bilico tra le preghiere americane di Jim Morrison e la timbrica di Tom Waits.
Peccato non vederlo, simile spettacolo (interessante il making of su Youtube). E doppio peccato non avere la traduzione in italiano del libretto, ma chissà che il buon Pavkovic – prima o poi – non ci pensi…

 
 
 
 
 
 
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'Disappearance' di Copernicus
'Disappearance' di Copernicus
 
   
 




 

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