Quanta attualità - dati i tempi convulsi in cui naviga l'economia e la cultura in Italia - c'è in una nuova produzione di Aspettando Godot di Samuel Beckett, primo spettacolo della stagione e nuova produzione del Teatro Stabile di Genova, in scena alla Corte dal 20 ottobre? «L'esperienza di ciò che accade per strada - risponde il regista Marco Sciaccaluga - è indispensabile ma non in modo schematico. Siamo come funghi e assimiliamo tutti i veleni, ma mai userei il teatro o un testo per far polemica o scagliarmi contro questo o quello. Vorrei rispondere raccontando un aneddoto che lega Bertold Brecht a Samuel Beckett. Il drammaturgo tedesco a Milano al lavoro con Giorgio Strehler, quest'ultimo in procinto di recarsi a Parigi per incontrare Beckett, all'epoca al centro dell'attenzione proprio per En attendant Godot, con un po' di invidia e fastidio verso questo irlandese e il suo successo disse a Strehler: «Gli puoi chiedere cosa facevano Vladimir e Estragon durante la seconda guerra mondiale?». Domanda maligna ovviamente che celava un pensiero negativo verso un drammaturgo che proponeva le sue astrazioni in un mondo ancora tanto squassato dal conflitto mondiale e dall'Olocausto. Ebbene, Beckett che aveva salvato molto amici e conoscenti ebrei e per un pelo era scampato alla gestapo che appunto ne aveva scoperto l'attività, rispose: «Di una sola cosa sono certo nella seconda guerra mondiale Didi e Gogo facevano la resistenza». Ancora oggi Didi e Gogo fanno la resistenza. Tutta la grande arte è politica, se poi in vita si è di sinistra o di destra, si passa dall'una o dall'altra parte, si tratta solo di dettagli».
In questo nuovo Aspettando Godot per la prima volta si incontrano due interpreti d'esperienza: Eros Pagni (Vladimir), da 50 anni ormai al lavoro con lo Stabile e Ugo Pagliai (Estragon), più recentemente entrato tra le file della compagnia per alcune produzioni. «Sono 50anni che faccio teatro - afferma Pagni - e mi capita di guardarmi indietro e preoccuparmi un po'. Oggi infatti non si aspetta più neppure Godot, si hanno certezze di una vita non certo felice, complessa in modi diversi per ognuno di noi. Però viene voglia di reagire o almeno Vladimir mi ha ridato questa voglia con questo suo essere curioso di saper perché è nato. È un testo che mi è stato di grande aiuto aumentando il significato di alcune mie domande e dando corpo a quello che cerco di sapere». Anche per Pagliai il lavoro a questo testo beckettiano rappresenta un momento molto intimo e introspettivo: «Quando in estate mi è arrivata la proposta sono caduto nella disperazione ma anche in uno stato di gioia. Spesso ho guardato a questa pièce con un filo di invidia con la sensazione che appartenesse a certi gruppi a certo teatro di ricerca e che non fosse nelle mie corde. Il mio è il personaggio più disperato, quello che rinnega quello che ha appena detto o non vuole ricordarlo e quindi lo nega e devo dire ha influito molto sulla mia psiche. Quindi il viaggio che ho compiuto è stato doloroso ma costruttivo ora provo gioia nella disperata ricerca della joie de vivre che percorre tutto il testo. E poi Genova è un'oasi felice dove torno sempre volentieri».
Accanto a Vladimir e Estragon, tre ex-allievi della scuola di recitazione che Carlo Repetti definisce «tre tra i migliori prodotti del nostro teatro»: Gianluca Gobbi (Pozzo), Roberto Serpi (Lucky) e una figura femminile Alice Arcuri (il ragazzo). «Da sei anni sono qui - dice Gobbi - e non aspetto Godot. Voglio dire il mio personaggio non aspetta Godot. È una figura cattiva, sadica all'interno dell'universo umano di Beckett. Personalmente sento di partecipare a un evento straordinario, un po' come mi era successo con Morte di un commesso viaggiatore. A 35 anni lavorare accanto a questi due signori (Pagni e Pagliai) con questo regista (Sciaccaluga) su questo autore incredibile (Beckett) mi sembra di far parte di qualcosa per cui non vedo l'ora di andare in scena e assaggiare l'altra metà della mela, ovvero affrontare il pubblico».
Per parte sua il regista, Marco Sciaccaluga ha fatto di tutto per uscire dai tre pregiudizi di cui il testo è vittima da tempo immemore: il primo, 'ma insomma chi è questo Godot?'; il secondo, 'ma non succede niente in questa pièce'; e, infine, il terzo, 'il pessimismo di Beckett'. «Quest'estate ho fatto un viaggio fenomenale rileggendo il testo e l'ampio repertorio beckettiano nonché la bella biografia scritta da James Knowlson. Il suo messaggio è chiaro, non importa chi sia o cosa rappresenti Godot, ciò che conta è capire cosa significa attendere, cosa significa aspettare che ci raggiunga la fidanzata, la verità delle cose, la fede, ecc. L'attesa è la partitura emotiva di un testo diventato classico in un tempo brevissimo, 50anni. L'Aspettando Godot che mettiamo in scena inoltre tiene conto di tutta una vita di scrittura e riscrittura di Beckett, e quindi fino alla versione degli anni '70 quando lui stesso seguì la messa in scena al Schiller Theater. A proposito dell'idea che in questa commedia non succeda nulla, accidenti direi esattamente il contrario succedono una quantità impressionante di avvenimenti, emozioni, visioni, obnubilamenti. Per questo somiglia tanto alle nostre vite, e di esse comprende la disperazione estrema e una altrettanto forte gioia di vivere. Per questo è anche estremamente divertente - fra l'altro contiene tutta una serie di citazioni illustri da Stanlio e Olio a Buster Keaton sulla clownerie e le gag. Secondo Beckett sono i peggiori comportamenti e le abitudini a darci l'idea di fare qualcosa di importante, ovvero subiamo tutta una serie di procedure dall'andare al lavoro a lavarsi i denti che sono un rischioso autoinganno, impedimento a capire qualcosa di più».