Raccontare un secolo - il '900, dagli anni '20 agli anni '90 - attraverso la storia umana e artistica di Otto Hofmann (1907-1996). Formatosi al Bauhaus con i grandi maestri, tra cui Paul Klee e Wassilij Kandinskij, sopravvissuto ai totalitarismi e alla guerra sul fronte Russo tra il '40 e il '43, e poi ancora negli anni '50 la scelta della DDR, quindi la fuga e Parigi, per stabilirsi infine in Liguria, patria eremitica (l'artista non parlava l'italiano) dove lavorare con luce e colori alla continua ricerca della leggerezza per trasmettere gioia e felicità.
Curata (è davvero il caso di sottolinearlo per gli infiniti dettagli che impreziosiscono l'allestimento) da Giovanni Battista Martini (proprietario della galleria genovese Martini&Ronchetti), la mostra Otto Hofmann. La poetica del Bauhaus tra lirico e concreto, allestita a Palazzo Ducale (16 ottobre 2009 - 14 febbraio 2010) promossa da Palazzo Ducale Fondazione per la Cultura in collaborazione con il Goethe Institut Genua e il sostegno della Compagnia di San Paolo, crea un'occasione per attraversare la Storia con 'S' maiuscola dalla prospettiva unica di una scuola artistica - quest'anno si celebrano i 90anni del Bauhaus - che più di tutte le altre ha riverberato per tutto il secolo, perché ha fatto dialogare le arti all'insegna di una interdisciplinarietà che esaltasse le potenzialità di ogni linguaggio. Un'occasione per avvicinare un uomo e un artista, che dopo una vita di grandi incontri ed esperienze di vita e di arte, ma anche grandi peregrinazioni, decise di trasferirsi in Liguria - la mostra propone una prospettiva glocal. Per altro la mostra prosegue e si inserisce nel percorso intrapreso, fin dallo scorso anno, dalla Fondazione Cultura per un approfondimento del significato e delle conseguenze della caduta del muro di Berlino - eventi, incontri per esempio con Yadé Kara (il 17 novembre), Alin Touraine (il 24 novembre) - all'interno del ciclo 1989-2009. La caduta del muro vent'anni dopo - e altre mostre (tra cui dal 9 novembre, Mario Dondero. Est/Ovest Berlino, novembre 1989) vanno avanti per tutto il 2009 e 2010.
Attraversando spazi colorati come le pareti della celebre scuola a Dessau, dal rosa al blu, dal grigio al giallo, ci si avvicina a un modo vivace di fare arte e sperimentare attraverso i mezzi espressivi (imperdibile la sezione dedicata alla fotografia, dove persino la più piccola immagine in bianco e nero risalta grazie a un elegante passepartout come fosse di grandi dimensioni). E soffermarsi a immaginare l'epoca festosa, il fare divertito e dialogico, perché interdisciplinare degli artisti del Bauhaus nei loro autoritratti clowneschi, sempre comunque disposti a una messa in scena. Oppure per contrasto, farsi parlare da un linguaggio agile e colorato, da forme astratte che non sono mai astrazione per l'astrazione, ma sanno farsi scorcio, natura morta, paesaggio nelle pitture. Oppure riflettere, con gli occhi rapiti dalla leggerezza di alcuni acquarelli (realizzati in trincea o nei bunker sul fronte Russo - tra il 1940 e il 43), leggendo parole profondamente malinconiche ma anche apertamente naturalistiche e spesso fortemente poetiche, scritte agli amici per trovare sollievo dagli orrori di una guerra non desiderata.
Uno stralcio da una lettera del 1942:
«Caro Hans, in questo momento ti vorrei qui, beninteso solo in questo momento. Deve bruciare un sobborgo della grandezza di Jena. Il cielo, questo cielo grigio invernale, ha un bagliore quasi indescrivibile. Dire che è notte. Come in un Gruenenwald con i suoi colori, l'orribile è così vicino al bello».
Sono 5 le sezioni in cui è organizzato il percorso, disposti in ordine cronologico si apprezzano disegni, dipinti, fotografie, lettere, oggetti (anche una minuscola macchina fotografica d'antan) fino alle ceramiche e alle carte da parati per un totale di circa 400 opere provenienti da diversi Musei europei, da collezioni pubbliche e private, nazionali e internazionali e dallo studio dell'artista. Tra di essi anche alcuni lavori di recente recuperati, dopo la caduta del Muro, opere che per via delle vicende personali di Hofmann e di quelle politiche della Germania del dopoguerra erano andate disperse (tra cui i quaderni di studio illustrati da Hofmann durante le lezioni di Klee e Kandinskij, al Bauhaus tra il 1928 e il '30).
«Ho conosciuto personalmente l'artista - spiega Martini - un uomo estremamente riservato, coerente che non ha mai abdicato alle tentazioni del mercato e che, in parte, ha anche pagato questa sua coerenza. Con questa mostra ricostruiamo il suo lungo e frammentario percorso, passando attraverso momenti complessi della Storia. Si parte dalla scuola del Bauhaus, dove Hofmann va per imparare la pittura, ma impara ben più di quella nello spirito interdisciplinare che caratterizza la scuola e i suoi artisti. Diventerà un'artista a tutto tondo al lavoro per esempio per la celebre marca Rosenthal nella realizzazione di ceramiche, di litografie o xilografie o, ancora, di tessuti per le manifatture tedesche Hutschenreuther. Un vero e proprio artista del '900 capace di esaltare le potenzialità delle cosiddette arti minori, come la fotografia a cui è dedicata una sezione che ospita anche altri artisti del Bauhaus. Quella stessa fotografia che utilizzerà nella campagna di Russia dove scatterà immagini anche molto drammatiche, da leggere insieme alle lettere inviate a moglie e amici dove descrive luoghi e vicende di guerra. Emerge nel complesso un linguaggio figurativo e onirico, spesso astratto che rimarrà cifra del suo alfabeto, segnando tutto il suo percorso artistico».