«Non accade niente, nessuno arriva, nessuno se ne va, è terribile», fu il giudizio di Jean Anouilh dopo la prima parigina di En attendant Godot al Babylone nel 1953. Eppure in conclusione, lui stesso ammise che quello era stato il debutto più importante degli ultimi quarant'anni a Parigi. Da quel momento innumerevoli le produzioni che si sono succedute con varia fortuna, ma spesso questo pregiudizio legato alla stasi e alla messa in scena di una lunga, noiosa straziante attesa ha cominciato a fissarsi nell'immaginario di molti spettatori. Ecco, la nuova produzione del Teatro Stabile di Genova al Teatro della Corte fino all'8 novembre '09 - come per altro annunciato a mo' di promessa dal regista Marco Sciaccaluga - intendeva proprio smontare alcuni dei più incancreniti stereotipi negativi proiettati su questo testo e sulla sua rappresentabilità. E bisogna ammettere che questo giovanissimo classico in questa produzione raggiunge una precisione e raffinatezza tra scelta degli interpreti (Ugo Pagliai, Eros Pagni, Gianluca Gobbi, Roberto Serpi e Alice Arcuri), impianto scenico (Jean-Marc Stehlé e Catherine Rankl, che hanno lavorato molto con Matthias Lanhoff e Benno Besson) e taglio registico davvero apprezzabile e abbastanza rara. Troppo spesso infatti Vladimiro e Estragone si sono trasformati in pagliacci straccioni, insulsi e clowneschi più per esigenze spettacolari, che per reale lettura e comprensione di testo e personaggi.
Ugo Pagliai, presentando lo spettacolo aveva confessato di aver accettato con sgomento, ritenendo da sempre questo testo fuori dalle sue corde, ci restituisce una delicattissima versione della fragilità di Estragone. La sua incertezza, approssimazione, confusione mentale, ma anche la codardia, risultato tangibile dell'orrore notturno che lo vede sempre reduce da attacchi di sconosciuti che lo prendono a botte, la sua infantile necessità di dormire e dimenticare di essere in vita, raccontano di una disperazione senile concreta, palpabile, che trasuda dal suo modo di parlare e muoversi. Ancora mosso da brevi sprazzi di indignazione e rabbia, buon umore e persino fanciullesca giocosità, l'Estragone di Pagliai - paradossalmente - dà credibilità e consistenza a questa stramba coppia complementare ad ogni scambio sollecitato dal compagno di strada Vladimiro.
Eros Pagni, forse persino troppo luccicante nel suo impeccabile abito - un po' in antitesi con il contorno rurale e polveroso, resta un po' più rigido, intrappolato forse nella mente filosofica e presuntuosa di Vladimiro, concedendo meno spazio alle bizzarrie della senilità che tanto riescono ad aggiungere a questi due clochard di campagna. E se è vero che si ride di questi resti umani, se è vero che spesso danno vita a quella comicità in bianco e nero delle vecchie comiche degli anni '20 (Stan Laurel & Oliver Hardy, Buster Keaton, Harold Lloyd di Safety Last), in questa versione ci parlano anche dal profondo conflitto emotivo e psicologico di due anime perse, in teoria ma anche in pratica, in un ambiente di cui non si ricordano eppure giudicano familiare. Senza negarci il dettagliato ridicolo della vita stessa, rendendoci voyeur grazie a una scelta estremamente efficace degli scenografi che riduce il palco della Corte e crea un senso di forte intimità, quasi guardassimo dentro una grotta, uno schermo o un diorama; però, e qui torniamo nel paradosso, siamo rivolti verso la drammaticità cromatica e paesaggistica di uno spazio esterno, che in quanto tale si espande oltre i nostri paraocchi visivi per traguardare a destra, sinistra e verso un fondale che anche per i personaggi non offre via di scampo. Ispirandosi alla pittura di Brueghel il Vecchio, Jean-Marc Stehlé e Catherine Rankl creano uno spazio realistico e romanticamente sublime sottolineando il lato tragico della pièce. Il risultato li porta vicinissimi a quell'immagine ispiratrice che Beckett a un certo punto rivelò: L'albero della cuccagna di Brueghel il Vecchio, ma anche Un uomo e una donna che guardano la lune di Caspar D. Friedrich.
«Talvolta i personaggi di Beckett sembrano quasi dominati dal linguaggio, che diviene la causa immediata del loro comportamento. ... Linguaggio e realtà vengono a coincidere, ma al tempo stesso, e paradossalmente, la loro unione appare irreale, poiché la sequenza degli eventi è del tutto indipendente dagli effettivi pensieri dei personaggi», scriveva Wolfgang Iser e un'ulteriore conferma di questo linguaggio-demone che tiranneggia i personaggi ci arriva attraverso le interpretazioni di Gianluca Gobbi, nei panni di Pozzo, di Roberto Serpi, in quelli di Lucky e persino nelle poche estatiche battute del 'ragazzo' di Alice Arcuri. Dotati, o meglio superdotati esseri maschili come dimostra la protuberanza, quasi sella, che ostentano tra le gambe Pozzo e Lucky (citazione da Arancia Meccanica), questi due assurdi personaggi parlano di un'altra coppia possibile quella tra dominato e dominatore, un rapporto sadomasochistico che continua a ribaltare i ruoli all'infinito tra vittima e carnefice. La versione dandy di Pozzo offerta da Gobbi, perfettamente si sposa con l'altro, non meno dandy, semplicemente chiamato a essere controfigura che esalta il 'ruolo principale', realizzata da Serpi con un'eccellente mimica. Bello anche l'esploit che nasce dalla richiesta di pensare e lo fa esibire in uno strampalato quanto convinto e convincente monologo.
Veramente godibile, da vedere.