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Luc Montagnier
Luc Montagnier al Festival della Scienza di Genova
 

Festival della scienza: l'intervista con Luc Montagnier

 
Il Premio Nobel per la medicina parla di influenza A, e di come difendersi dall'invecchiamento. La sua lectio magistralis ha aperto la settima edizione della manifestazione
 
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Genova, 23 ottobre 2009
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di
Daniele
Miggino
   

Prima l'H1N1, poi l'influenza A. Febbri aviarie, febbri suine. I virus tornano a fare paura. Apprensione giustificata? Abbiamo a portata di mano Luc Montagnier, virologo di fama mondiale, Premio Nobel per la Medicina nel 2008 per le sue ricerche sull'AIDS. È stato lui, negli anni Ottanta, a scoprire il virus che provoca la sindrome da immunodeficienza. Oggi presiede la fondazione mondiale per la ricerca e la prevenzione dell'HIV. È la prima star ospite del Festival della Scienza 2009. Chi meglio di lui può rispondere? «Il virus A di oggi è meno violento di quello che scatenò la febbre spagnola nel 1918-19 - dice Montagnier - ma la sua pericolosità sta nell'elevata trasmissibilità, che aumenta le possibilità di mutazioni». Come ci si difende? «Con un buon sistema immunitario, una buona alimentazione. Bisogna proteggere la gola, evitare sbalzi di temperatura». E i vaccini? Lei si vaccinerà? «Io no, è meglio che prendano il vaccino persone giovani, che non sono state a contatto con i virus, e il personale medico che cura soggetti malati».

La prevenzione è il punto di partenza per guardare al futuro secondo Montagnier. È anche l'argomento centrale del suo ultimo libro La scienza ci guarirà. Vincere le battaglie della vita con la prevenzione (Sperling & Kupfer, 2009). «La medicina del futuro dovrà essere predittiva, preventiva e partecipativa - dice - con l'aiuto delle nuove tecnologie sarà possibile». Fare check up continui, tenere un'alimentazione equilibrata, fare moto ma non troppo - «l'attività sportiva intensa genera radicali liberi a lungo andare nocivi» - allenare il cervello. Niente stress, mi raccomando. Fa male. Anti-aging (ovvero anti-invecchiamento) è il nome che viene dato a questo insieme di buone pratiche di vita. «L'obiettivo non è solo vivere più a lungo, ma alzare la qualità della vita. Tra l'altro, questa è anche l'unica via possibile dal punto di vista economico per le nostre società - prosegue il Nobel - ormai soggiogate dalle spese per la sanità». L'equazione è semplice: più prevenzione, meno cure, ovvero meno spese sanitarie.

Montagnier decise di iscriversi alla facoltà di Medicina dopo la morte del padre a causa di un tumore. Le sue ricerche si sono svolte prima nel campo dell'Oncologia, poi, dalla seconda metà degli anni Sessanta, si è dedicato ai virus. È diventato celebre per aver scoperto il ceppo virale alla base di quello che veniva chiamato Male del Secolo. Oggi l'HIV non fa notizia come vent'anni fa, ma l'epidemia non si ferma: «si sono fatti molti progressi - dice lo scienziato - è migliorata la qualità della vita di chi ne è affetto, ma ancora non si guarisce. Nel Nord del mondo il virus progredisce più lentamente che al Sud, ma bisogna continuare la ricerca, fare prevenzione soprattutto con i giovani, trovare una via per la guarigione».

Il suo prossimo libro tratterà argomenti molto delicato: il testamento biologico, l'eutanansia. «L'ho scritto dopo una serie di dialoghi che ho avuto con un monaco», prosegue Montagnier. Qual è la sua idea, per esempio, sul caso di Eluana Englaro? «È un argomento molto delicato. I medici lavorano per salvare la vita. Se c'è un testamento, è giusto attenersi a quello, altrimenti deve decidere la famiglia, e poi il medico». Non serve una legge che aiuti a decidere in alcuni casi? «Non credo. Penso si debba decidere caso per caso. A volte persone date per spacciate sono state salvate. Certo, chi cade in stato vegetativo per molto tempo è difficile che si riprenda. Persino il monaco mi ha detto che non vorrebbe essere curato in quelle condizioni. Ma in futuro, probabilmente, si potrà fare molto di più».

 
 
 
 
 
 
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