Lo zingaro veniva deciso a restare nel villaggio. Era stato nella morte, effettivamente, ma era tornato perché non aveva potuto sopportare la solitudine. In una sola frase Gabriel Garcia Marquez illumina un concetto talmente denso di significato che solo un genio può farlo in una riga. Il libro è, manco a dirlo, Cent'anni di solitudine.
L'essere umano, a Macondo come in qualsiasi altro villaggio/città/metropoli, non può stare solo. Lo aveva detto anche Aristotele, qualche anno prima: l'uomo è per natura un animale sociale, solo le belve possono stare da sole. Oggi la solitudine è diventata oggetto di ricerca scientifica. John Cacioppo - professore di Neuroscienze sociali presso la University of Chicago - da anni studia la loneliness umana, come fenomeno sia fisico che psicologico. «Una volta la solitudine era intesa solo come timidezza, depressione, introversione, ma abbiamo scoperto che questo non corrisponde al vero», dice lo scienziato, che dirige il Center for Cognitive and Social Neuroscience, ed è presidente dell'Association for Psychological Science.
«La solitudine è un fenomeno per metà genetico e per metà sociale - prosegue - è come la fame, la sete, la paura». Genetico? «Quando l'uomo doveva combattere con la natura per sopravvivere, se rimaneva solo era finito. Oggi abbiamo scoperto che anche gli animali, se isolati dal gruppo, muoiono prima. L'evoluzione degli ultimi millenni non ha cambiato questa struttura fondamentale dell'essere umano: da solo sta peggio».
Ma nella società di oggi, dove non dobbiamo più lottare per la vita, la solitudine è sempre e comunque un male? «Uno studente in una classe molto affollata può sentirsi solo. Uno scrittore chiuso nella sua stanza a scrivere può stare benissimo. Non è solo un questione di numero di rapporti sociali, ma della loro qualità. E la solitudine non è un male di per sé, ma lo è se diventa cronica, se pregiudica i rapporti sociali, se ci fa diventare sospettosi. Allora è addirittura contagiosa». In che senso? «Quando la rete dei legami sociali si rompe in un punto, è molto probabile che ceda a catena, portando gli individui dal centro di questa rete - quindi non soli - all'isolamento periferico». Che si deve fare dunque per non cedere all'isolamento? «Cercare di migliorare sempre, non smettere mai di provare. Aiutare gli altri, tramite servizi alla comunità. Trovare amici con cui si abbiano affinità. Infine, pretendere sempre il meglio, non accontentarsi».
Il web è un elemento di solitudine o no? «Per le persone afflitte da disabilità è stata una scoperta straordinaria - prosegue Cacioppo - ha reso possibile a molti comunicare con il mondo. Per il resto, dipende. Se sostituisce la realtà, può portare alla solitudine. Se invece è usato per tenersi in contatto con persone conosciute è uno strumento socializzante».
Cacioppo è una di quelle figure che il Festival della scienza ci ha abituato a conoscere. Persone che escono dalle loro aule per comunicare la scienza alla gente comune, scienziati che rompono gli schemi per creare nuovi campi di ricerca. Le sue ricerche hanno unito discipline scientifiche e sociali, cercando di dimostrare che l'aspetto sociale è influenzato da quello biologico e viceversa. Ma prima di arrivare alle Neuroscienza sociali, studiava economia. «Ho iniziato i miei studi in quel campo - dice Cacioppo - rendendomi subito conto di non credere al metodo che si utilizzava. Il concetto lì è che il bene dell'individuo è il suo utile personale. Anche questo non è vero: diverse persone molto ricche sono decisamente sole. Inoltre l'atteggiamento del tornaconto personale non giova a nessuno: guarda cosa è successo con la bolla dei derivati di recente. In banca ti dicevano di stare tranquillo, di comprare quel tale titolo, e invece era spazzatura. Forse dovremo tornare a parlare di 'noi' invece che di 'io'».