Mistero Buffo è ancora una delle sue opere più note e interpretate nel mondo, una delle molte per cui nel 1997 si è meritato il Nobel per la Letteratura. Eppure per Dario Fo le occasioni di salire sul palco, come afferma lui stesso, sono sempre di meno: «ho troppi impegni, ne dovrei tagliare qualcuno: ci sono testi che devono ancora uscire; una tournée che mi porterà in Germania, Svezia, Danimarca, Spagna - e ancora - sarò a Parigi per la regia di Mistero Buffo. È un tour continuo. Qualche volta vorrei poter tornare a recitare tranquillo in un piccolo teatro, ma questi impegni urgenti, tra cui gli interventi polemici, organizzativi e i dibattiti all'università, non posso certo piantarli lì...».
Così l'appuntamento genovese Trio concertante sul nome di Galilei (al Teatro Duse, accanto allo storico della scienza Enrico Bellone e al matematico Piergiorgio Odifreddi, il primo novembre, ore 21) all'interno del Festival della Scienza, seppure sia una conferenza-spettacolo, per Fo, anarchico e eretico, è occasione allettante per il suo andare in scena all'improvvisa.
«È veramente curioso e interessante questo Dialogo di Cecco di Ronchitti da Bruzene in perpuosito de la stella nuova di Galileo. Perché è la testimonianza della passione per il teatro dello scienziato e al contempo della sua vena di scrittore» racconta Dario Fo. E prosegue: «tra tutti gli autori del momento di rinascita teatrale quello a cui Galileo si appassiona di più è Ruzante, che scrive in una lingua (il dialetto padovano dell'area più rivolta a est, verso Venezia) molto diversa dal suo toscano. E ancora più bizzarro è che si metta a scrivere cose sue prendendo a prestito proprio quello stile e quella lingua a lui praticamente incomprensibile».
Il Dialogo in questione è quello tra un contadino e uno scienziato del tempo, «reazionario e conservatore, legato all'idea della terra come unico centro», a cui Galileo contrappone un uomo semplice, figlio del suo tempo, di un mondo nuovo che emerge e che ha come fondamento il sole al centro dell'universo.
«È originale» prosegue Fo «la soluzione che vede il contadino sostituire gli astri e identificarli con torte di verdura di diversi tipi, ma anche con polenta e formaggio arrotolato e tirando in ballo anche il gioco della ruzzola. Poi li proietta nel cielo e li fa volare, quindi spiega come fanno a stare lassù e, rispondendo alla domanda dello scienziato, espone l'idea che quegli oggetti si attraggono l'un l'altro, andando contro le tesi tolemaiche e arrivando al nocciolo dell'intuizione galileiana, l'attrazione celeste, tema per cui hanno cercando di condannarlo alla galera a vita».
La cosa straordinaria, secondo Fo, è che Galilei con questo testo proseguiva la sua missione di lasciare tracce - seppure non proprio leggibilissime - dei suoi studi. Per il Nobel le cose saranno ovviamente più semplici sul palco: recitare in dialetto non gli impedirà di farsi «capire per intero sfruttando l'intera gamma delle opportunità che mi offre la recitazione. Per Galileo le cose stavano diversamente, con il dialetto lui si mascherava».
Accanto a Fo sulla scena Enrico Bellone e Piergiorgio Odifreddi, rispettivamente autori di Galileo e l'abisso. Un racconto (Codice, 2009) e Hai vinto, Galileo! (Mondadori, 2009), che inquadreranno storicamente e scientificamente la figura dello scienziato e si occuperanno dell'ambiguità del suo cedimento, alternandosi all'interpretazione di Fo. «Galileo cedette non per la paura della morte» prosegue Fo, «ma per l'esigenza di continuare a scrivere e chiudere il campo delle sue ricerche e trovare la giusta armonia a quello che era il suo pensiero».
Proprio nei giorni del Festival della Scienza ricorre il quattrocentesimo anniversario delle osservazioni di Galileo al cannocchiale, ma qual è l'urgenza che muove lo spettacolo? «Prima di tutto riscoprire Galileo e cosa abbia rappresentato l'inchiesta a suo carico. E poi una certa coincidenza con i nostri tempi bui, dominati dal disinteresse per ogni forma di conoscenza, scientifica o culturale. Chiudono le Accademie in tutta Italia, non ci si interessa della situazione reale delle università, si continuano a lasciare a casa i giovani ricercatori che non hanno speranze perché non hanno contratti né assicurazioni sul futuro, in una parola sono orfani».
L'attivismo di Fo prosegue sul web dove da anni tiene un suo blog. «È una cosa di cui ogni tanto mi trovo a pavoneggiarmi, ma è tutto in mano a Franca: è lei che l'ha creato, che ne gestisce ritmi e tempi. In verità io vivo di riflesso». A questo punto è la stessa Franca Rame che con fierezza racconta: «ho cominciato a lavorare a questo progetto di un sito internet nel 1995. All'epoca tanti mi ridevano dietro oppure mi dicevano che correvo troppo per i tempi. Misi al lavoro 18 persone, 18 scanner su 18 computer e nel 1997 andammo online. Oggi ci sono oltre 2 milioni di documenti disponibili e mio figlio mi dice spesso: sarai ricordata comunque, ma bastava anche solo questo».