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'After the end' va in scena al Teatro Cargo

 
Dal 6 al 19 novembre, un testo scritto da Dennis Kelly. Due creature sono scampate a un disastro nucleare. Siamo andati alla prova generale. Dalla community
 

 
   

     
Genova, 6 novembre 2009
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di Marianna Norese
   
After the end
 
After the end, la scheda
Un rifugio nucleare antiatomico degli anni Ottanta. Mark e Louise, due ragazzi sui 25 anni parlano di un attacco terroristico in un pub, un'esplosione nucleare che ha raso al suolo interi quartieri e ucciso una gran quantità di gente, probabilmente anche molti loro amici. Mark ha portato in braccio tra le macerie Louise priva di sensi fino a quel rifugio, a causa del quale 'prima' è stato molto preso in giro dagli amici. Ora, invece, è tornato utile, dice Mark, perché «il mondo è completamente impazzito». I due devono passare il tempo, in attesa che la radio torni a funzionare e che qualcuno li informi su cosa esattamente è accaduto là fuori.

Venerdì 6 novembre 2009 (ore 21) debutta a Genova After the end. Un testo contemporaneo scritto all'inglese Dennis Kelly e messo in scena al Teatro Cargo di Voltri da AMAT Associazione Marchigiana Attività Teatrali (repliche il 7, 8, 12, 13, 14, 15, 17, 18, 19 novembre - ore 21, domenica ore 17).
Sul palcoscenico Matteo Alfonso (anche alla regia insieme a Tommaso Benvenuti) e Barbara Moselli.

Finita la prova generale, Matteo mi racconta dell'incontro col testo di Kelly: «l'ho scoperto un pomeriggio, in libreria. È una pièce profondamente contemporanea, che usa come pretesto quello di mettere i personaggi in una situazione paradossale: due creature costrette in un posto chiuso, scampate a un disastro nucleare, cavalcando l'onda di paura indotta dal potere che da anni investe l'Occidente».

In questo isolamento Kelly ci mette dentro un uomo innamorato e una donna che non lo ricambia: Mark, nerd appassionato di giochi di ruolo e socialmente disadattato e Louise, giovane intraprendente e sicura di sé. «Quello che viene fuori dalla storia è che non siamo più capaci di comunicare in modo vero e profondo, a prescindere dal carattere di ciascuno. Mark e Louise hanno dimenticato come si fa a parlarsi. Lui è inabile a reagire alle situazioni che non può controllare. È disabituato ad esprimere e condividere i propri sentimenti in condizioni normali e tende a portare il meccanismo del gioco di ruolo nella vita reale».

La prigionia forzata porta a galla gli aspetti più genuini e bestiali dell'animo umano. A poco a poco la solidarietà si trasforma in un rapporto di potere in cui Mark diventa il secondino di Louise. Ad ogni sua mossa sbagliata Mark la punisce. Non c'è cattiveria o sadismo, ma un'ottusa voglia di ordinare i propri desideri. Gli insulti, la negazione del cibo, lo stupro, l'incatenamento. Quando sembra che ormai Mark abbia preso il sopravvento, il rapporto vittima-carnefice si ribalta. Louise prende letteralmente il coltello dalla parte del manico e si fa vendicatrice di se stessa.

«A questo punto della storia viene fuori l'Amore. Per qualche motivo dopo la violenza fisica Mark e Louise si incontrano, riescono ad avere un contatto reale. Lei a un certo punto inizia a dubitare della storia dell'esplosione. C'è la botola lì, potrebbe scappare. Invece resta e si vendica. Non solo si vendica. Le piace farlo. Abbiamo voluto leggere questa reazione come un sintomo d'amore. Di un legame che si è stretto».

Alla fine sono nudi, sporchi, bagnati, sempre più a quattro zampe. Sbavano. Sputano. Si sono imbestialiti. Poi improvvisamente la reclusione ha fine. L'epilogo li vede faccia a faccia in una confessione in cui cercano di ritrovare se stessi, after the end. Non so cosa fare, in generale, dice Louise. Le si è rotto qualcosa dentro e non sa come rimettere insieme i pezzi. Ha bisogno di parlare con Mark, che è il suo carnefice, ma anche il suo testimone, l'unico che sa cosa le è successo perché glielo ha fatto passare lui.

«Abbiamo lavorato molto sul rapporto tra me e Barbara, in modo che risultasse il più concreto e vivo possibile», conclude Matteo. «La scena è disegnata: un mondo nero definito col gessetto bianco, come Dogville, in una forma chiara e personale. Una coperta azzurra per lui e una rossa per lei. Fogli colorati come provviste. Sta tutto in una valigetta».

 
 
 
 
 
 
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