2984: Non uno spettacolo da guardare ma in cui sentirsi parte integrante, quasi un reality show. Con una serie di soluzioni coinvolgenti ma non invasive né disturbanti, Emanuele Conte costruisce una complessa partitura registica (all'interno di una Sala Campana - al Teatro della Tosse, completamente rivoluzionata: 1200 sono le ore servite per trasformarla) che chiama tra gli interpreti anche gli spettatori.
Come nel romanzo, per accedere allo spettacolo veniamo divisi in gruppi di 30 (i posti infatti sono limitati a 100) e guidati all'interno. Come gli interpreti indossiamo tute; come noi, loro siedono su panche, poste a cerchio intorno a un centro-palco sormontato da teleschermi; come loro siamo chiamati a vivere il lavaggio del cervello attraverso i frequenti messaggi video, slogan pseudo 'informativi', ideologici - tra cui quello che riporta il valore del Fil: indice di felicità del paese sempre in crescita; e vivendo i minuti di odio prima e quelli dell'uguaglianza poi.
Entriamo così da spettatori, per divenire subito comparse e poi gradualmente esserci a tutti gli effetti dentro il mondo distopico che George Orwell (Eric Arthur Blair) aveva immaginato e trasferito su carta nel suo romanzo 1984. In questo 2984, come in un reality siamo chiamati a prendere parte ad una realtà interpretata dal vivo, ma anche ripresa in diretta e già resa virtuale a video.
Posti a sedere in un'arena - proprio come in molti programmi Tv - noi spettatori siamo, come gli interpreti (Carla Buttarazzi, Enrico Campanati, Bruno Cereseto, Alessandro Damerini, Andrea Di Casa, Luca Ferri, Gianni Masella, Sara Nomellini, Marina Remi), abitanti di una Londra del futuro, parte della terza provincia più popolosa dell'Oceania denominata Airstrip One, regno del Grande Fratello: un volto tutto occhi (la bocca resta fuori dell'inquadratura) proiettato sullo sfondo.
Nella serata in cui ho visto io lo spettacolo, accanto a me i ragazzi di alcune scuole superiori. Quando veniamo tutti coinvolti nel rito dei tre minuti dell'odio gli interpreti si accaniscono, urlando insulti di ogni genere, contro l'immagine a video di Goldstein (Enrico Ghezzi): il ribelle che tenta di avvertire contro i pericoli del regime del Grande Fratello.
Si leva un vociare che si unisce alle ingiurie e crea la perfetta atmosfera partecipativa richiesta - chissà gli adulti cosa avrebbero fatto? Esemplare la prestazione di Enrico Ghezzi - ripreso in primo piano e in piano americano - che come creativo TV, si lascia trasformare in capro espiatorio - il cui monito si affievolisce man mano che le grida di protesta crescono - di una società ormai completamente asservita ai monitor e a tutti i messaggi che questi passano emanati dal Grande Fratello, una collettività priva di capacità critiche e di autonomia di pensiero (accanto a me alcune ragazze-pubblico protestano a favore di Goldstein-Ghezzi).
Di quadro in quadro attraverso un montaggio serrato, la sintesi del romanzo ci porta dentro gli aspetti più importanti di questa utopia negativa, per raccontarci a grosse linee dei ministeri: quello della verità (dove lavora il protagonista Winston, Andrea Della Casa) deputato a far ingurgitare menzogne ai cittadini e trasformare la storia in continuazione in funzione delle nuove priorità del Grande Fratello; il ministero dell'abbondanza, votato a depauperare le risorse in modo da tenere tutti in condizioni minime che rasentano la miseria; e il ministero della pace, occupato a tempo pieno a costruire nemici e a fare la guerra; il temutissimo ministero dell'amore, o di polizia dedicato a far rispettare l'ordine e la legge (di cui però non esiste più traccia) completamente lasciata ai capricci del Grande Fratello o meglio alla sua necessità di tenere tutti sottomessi e in stato di sacra e cieca obbedienza.
C'è anche l'amore come al centro della storia orwelliana, tra Giulia (Marina Remi) e Winston, ma come dice Giulia, per lei la relazione con Winston, è un atto politico. "Un atto umano", la incalza Winston che attraverso di lei ripercorre alcuni frammenti d'infanzia, trasformati in immagini da disegni stilizzati e proiettati sul fondale come in una moderna graphic novel. Incontrandosi segretamente i due costruiscono un'esistenza parallela che sanno sarà breve e l'interruzione li porterà ad essere imprigionati e torturati. A fornirgli un nascondiglio, in una parte della città vecchia e priva di telecamere, un antiquario, Bruno Cereseto, che come un mago parla da una scaffalatura che contiene parafernalia di ogni tipo compresa la replica del suo volto. Un originale cameo, su una figura che resta misteriosa e scarsamente indagata persino in Orwell.
E arriva ovviamente anche il destino dichiarato fin dal patto d'amore fra Giulia e Winston: la cattura e la tortura per mano di O'Brien (Enrico Campanati), l'unico che Winston credeva appartenere alla confraternità dei ribelli. Ci trasformiamo ancora e da cittadini diventiamo prigionieri - con un veloce riposizionamento delle panche - divisi in gruppi e tutti coinvolti dal nuovo arrivato: Winston. Pochi minuti per alcune confessioni di altri prigionieri: il matematico Syme, che non ha più potuto accettare le bugie trasformate in numeri nel RAT, Rapporto Annuale di Tutto; Parsons, il fedelissimo denunciato dalla figlia bambina per psicoreato, nel sonno ha gridato "abbasso il Grande Fratello"; e persino il sintesiologo Ampleforth, che non è riuscito a sostituire in un unico versetto della Bibbia la parola Dio; e, infine, una donna, in stato di terribile confusione, forse la madre di Winston). Quindi la Stanza 101: quella della tortura personalizzata, dove la paura è l'incubo, la fobia o l'angoscia che ognuno ha coltivato da sempre nel suo intimo. Per Winston i topi.
Ci sono tutte le arti (la Tv, il cinema, il video-clip, l'animazione) chiamate a raccolta in questo spettacolo teatrale (22 televisori, 7 telecamere, più di 100 filmati per un totale di circa 351 minuti di girato), forse in parte a discapito della forza stessa della teatralità: un teatro che si converte in macchina duttilissima predisposta ad ogni trasformazione che gli intepreti-tecnici compiono dal vivo. Da vedere-vivere.