'Angelicamente anarchico': Don Gallo e De André

'Angelicamente anarchico': Don Gallo e De André

Un vivace monologo tra sacre scritture e parole autentiche di barboni, puttane e drogati/e. Una serata po-etica e civile. Un rito laico per ritrovarsi in valori umani

Genova / Spettacoli / Teatro (archivio)

Approfondisci

Teatro della Corte
Angelicamente anarchico, di e con don Andrea Gallo, fondatore e guida della Comunità di san Benedetto al Porto, con Claudio Gabelloni (chitarra e voce), Viviana Correddu e Riccardo Fruzzetti, regia Cinzia Monteverdi, produzione Monteverdi Promotion.

Ispirato all’omonima autobiografia di don Gallo edita da Mondadori, lo spettacolo è un viaggio attraverso i ricordi, le persone e la storia - sociale, politica e religiosa - del nostro paese, visto attraverso gli occhi di uno spirito cristiano che ha deciso di camminare sempre a fianco degli ultimi. Angelicamente anarchico: «Due parole che riassumono bene la mia storia», commenta Don Gallo. «Quel “angelicamente”, s’intende, ci sta non perché sono esente da peccato, ma perché la mia scelta nella chiesa è stata sempre dettata dalla non violenza. La scelta della parola “anarchico”, invece, non è certo perché abbia la tessera dell’anarchia, ma perché dove c’è un soppruso io devo intervenire, senza curarmi delle gerarchie e degli ordini superiori».

Notizia in archivio Il testo potrebbe risultare mal formattato e alcuni link potrebbero non più funzionare.

Genova - Giovedi 12 novembre 2009

Invece del pulpito ha scelto il palcoscenico. Invece di una predica ha costruito un vivace monologo - punteggiato da interventi musicali di Andrea Gabelloni, ma anche di Giuliano e del suo coro di Carrara; parlati di Viviana Correddu (bellissime le sue poesie), danzati di Riccardo Fruzzetti (abile break dancer fiorentino) - dove hanno trovato spazio le sacre scritture e certo la parola del Vangelo, senza precedenza però sulle testimonianze, le poesie e le parole autentiche di barboni (Bernardo Quaranta), drogati/e e puttane. Invece del coro e dell'organo, chitarre e voci per le canzoni di Fabrizio De André. Invece di una chiesa ha scelto il teatro per un rito laico e civile, una serata - anche spensieratamente divertente - in nome di valori prima di tutto umani che stanno alla base della società stessa. Così Don Andrea Gallo (fondatore e animatore della Comunità di San Benedetto al Porto di Genova), di nero vestito (con collare bianco, unico residuo della canonica veste talare) con una lunga sciarpa rossa a fargli compagnia e buon gioco sulla scena, percorsa senza sosta per quasi quattro ore. In Angelicamente anarchico (tratto dall'omonima autobiografia, edita da Mondadori), Don Gallo più che se stesso rappresenta tutte le molte voci, volti e incontri vissuti nell'arco dei suoi 81anni. Lo spettacolo - diretto da Cinzia Monteverdi e prodotto da Monteverdi Promotion - è andato in scena al Teatro della Corte il 10 e 11 novembre 2009.

Facendo saltare la cronologia dei tempi personali e della storia, Don Gallo tocca il 1943, quando il fratello comunicò alla famiglia il suo ingresso nella Resistenza; passa per i suoi vent'anni, la vocazione, l'incontro con i Salesiani e la figura guida di Don Bosco, gli anni di Università accanto all'attuale Cardinale Tarcisio Bertone - «eppure, a volte mi dico, ho dato gli esami come lui, no? E com'è che lui è lassù e io qui, sotto il sacrestano» - il noviziato e la profezia sulla sua carriera ecclesiastica: «Qual è il tuo nome?», gli chiesero alla fine del noviziato (1949). «Chierico Gallo», rispose lui. «Non sarai mai papa, 'Papa Gallo' sarebbe disdicevole per la chiesa».
Tra feroce autoironia, felice sarcasmo - «continuano a dirmi che devo smetterla di andare in luoghi cosiddetti sinistri» - barzellette con cui per anni ha fatto sorridere il Cardinal Siri e lettere anonime in cui a salutarlo c'era sempre un inconfondibile «Dio ti stramaledica», ricorda come «da subito da prete ho goduto di una cattiva fama». Su un fondale azzurro, a momenti arancione, Don Gallo cita la lettera di Piero per la sua rinomata disobbedienza: "Meglio ubbidire a Dio che agli uomini". Per la sua azione a favore dell'uso del preservativo tra i giovani che incontra, ovviamente sgradita alle alte sfere del clero, fa appello al «primato della coscienza che è principio assoluto». Invoca San Tommaso per sottolineare il suo «rispetto per qualsiasi rivoluzione: è un dovere ribellarsi ai tiranni». Ma a proposito dei suoi maestri ricorda un'unica docente di Vangelo e cristianità veramente importante nella sua vita: «mia mamma».

Per le donne avrà in più momenti pensieri profondi, di stima e rispetto, ricordando l'amicizia con Fernanda Pivano, l'alta figura di Alda Merini e i suoi dodici anni di manicomio. Qualcuna delle ragazze passate dalla Comunità che avevano subito violenza o il gruppo di prostitute nigeriane capaci di autoorganizzarsi per uscire dal racket. E tutte le donne dei Balcani a cui Papa Giovanni aveva chiesto di tenere i figli degli stupri di guerra.

«Non sono un attore, né un cantante, tanto meno un teologo. Mi sono laureato all'università della strada, da Don Bosco e da tutti i maestri della non-violenza ho imparato. E da Gilberto Govi: "me vegne un sciupun de futta"». L'attualità va a braccetto con la storia in questo tempo della vita che non è mai tempo della memoria. E allora c'è spazio per ricordare Stefano Cucchi e il suo diritto alla vita, al rispetto dei diritti civili e alle cure, «era drogato e aveva l'epilessia e allora a maggior ragione non si doveva...». La droga: «strage mafiosa di cui siamo tutti complici». La procreazione assistita, l'amore omosessuale, la guerra e i disertori. Il G8, sia per le festose manifestazioni della Rete Lilliput, l'incontro affettuoso con Manu Chao, i pomeriggi passati al Bar clandestino, ma anche per la morte di Carlo Giuliani, e per criticare le tante prescrizioni. «hanno «archiviato persino il calcio in faccia (ride amaramente) - ma vi rendete conto? (sottolinea con un silenzio) - come titolava oggi un quotidiano locale». C'è il crocifisso e la questione della sua presenza nelle scuole che confluisce in un ricordo di gioventù: «quando andavo a scuola anche a me non mi piaceva il crocifisso in classe, ma non per il Gesù. No perché era scortato: da una parte c'era il ritratto di Vittorio Emanuele III, dall'altra quello di Mussolini. E allora una volta ho detto ad alta voce: "Ma lì c'è il Gesù in mezzo ai due ladroni"». Sui migranti ricorda Einstein all'ingresso a New York: «se fosse sbarcato a Lampedusa, il genio, lo facevano morire. Quando gli chiesero "Di che razza sei?" Rispose: "Umana"».

La benedizione? Arriva tardi, ché i tempi dello spettacolo per Don Gallo non hanno senso. L'urgenza con cui passa da un episodio all'altro, da un argomento all'altro è pari solo all'energia che lo vede infaticabile cerimoniere e dispensatore di storie vere. Come il migliore dei narratori, usa la vita vissuta a mo' di parabola assoluta per ricordare con forza che «Bisogna scegliere una parte e non essere indifferenti. Leggete Gramsci! Non licet all'Erode di turno, come dice De André proseguite in direzione ostinata e contraria». E ancora «tutti gli emarginati sono poeti. Perché l'emarginazione è stato di grazia che ti sottrae al potere e ti permette di non essere spettatore» e incita tutti a cantare insieme Bocca di Rosa.

«Diventerò matto - in chiusura afferma - perché vedo crescere l'indifferenza, l'omofobia, il razzismo. Perché la prima illegalità è la miseria e il primo compito di un amministratore è quello di creare relazioni con la propria gente, non di comunicare, per quello ci sono i media. A tutti deve essere concesso il diritto all'incontro, il diritto a non soffrire, il diritto a godere». Una preghiera? «I primi dodici articoli della Costituzione Repubblicana».

Laura Santini

Google+