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De André canta De André al Vaillant Palace

 
Cristiano suona il repertorio del padre e lo porta in giro per l'Italia. Venerdě 20 novembre la tappa genovese. In uscita anche il disco dello spettacolo. Di Daniele Miggino
 

 
   

     
Genova, 12 novembre 2009
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di
Daniele
Miggino
   
Cristiano De André

«Finalmente a casa», queste le prime impressioni di Cristiano De André sulla tappa genovese del tour che lo vede cimentarsi con le canzoni immortali di suo padre Fabrizio. Venerdì 20 novembre 2009 De André canta De André arriva al Vaillant Palace (Fiumara) dopo aver girato mezza Italia. Contemporaneamente esce anche il disco tratto dallo spettacolo.

È una data particolare per molti motivi: «perché ho vissuto qui 20 anni», dice Cristiano, ma anche perché i genovesi su Faber non transigono. Ci ricordiamo tutti i fischi che si è beccato Celentano quando si è impappinato (se abbia fatto finta o no, non si sa) su La Guerra di Piero, nella fantastica serata del Carlo Felice nel 2000. «I genovesi sono sempre un po' ostici», ammette Cristiano, che per molti anni non se l'è sentita di affrontare il repertorio paterno: «con il tempo i dolori sono decantat. Oggi posso affrontare questo progetto, per me molto importante. Volevo fare una data a Genova già quest'estate, all'aperto, ma non ci sono riuscito. Ora spero di ricevere lo stesso affetto che ho visto in altre città italiane».

Don Raffaè, Megu megun, La canzone di Marinella, Ho visto Nina Volare, Amico Fragile, Verranno a chiederti del nostro amore, Il pescatore, Creuza de ma. Questi e tanti altri brani nella scaletta della serata. Una scelta non facile quella dei brani, visto che Faber ha scritto più di 300 canzoni. Cristiano ha preso quelle che si prestavano di più alla sua vena musicale: «Ho riarrangiato i brani rendendoli più rock, il ritmo più sostenuto». É l'occasione per ascoltare anche Cose che dimentico, l'unica canzone scritta con Fabrizio, e Dietro la porta (Premio della Critica a Sanremo 1993). Ma quali sono le canzoni di Faber a cui sei più affezionato? «Verranno a chiederti del nostro amore, perché è legata a un ricordo d'infanzia. Alle cinque del mattino mio padre svegliò Dori (Ghezzi ndr) e gli fece sentire quel brano che aveva appena scritto. Mi svegliai anch'io e sbirciai dalla porta socchiusa. Vidi lui che suonava e lei in lacrime per l'emozione. E poi Amico Fragile, una specie di suo autoritratto. Avendo conosciuto mio padre in modo molto intimo durante il tour di tre anni che abbiamo fatto insieme, oggi posso dire che spesso mi sento come lui». Cioè fragile, e terribilmente ansioso: «lui iniziava a sudare dieci giorni prima di un concerto, sopratutto a Genova». E infatti anche Cristiano maneggia nervosamente il pacchetto di sigarette, se ne accende una dietro l'altra.

Durante lo spettacolo non c'è solo musica. Cristiano racconta anche aneddoti, ricordi. Come quella volta che morsicò di nascosto l'unico peperone nato tra le cinquecento piante che suo padre aveva piantato a Savignone: «mi ha rincorso fino a Genova». O di quella volta che, ancora ragazzino, incontrò De Gregori nella sua casa in Sardegna, mentre registrava Volume 8 con Fabrizio.

Che cosa senti oggi che la gente continua a dimostrargli così tanto affetto? «Una volta mi disse: "Sai C. - mi chiamava così - io ho scritto tutta la vita contro le guerre, le discriminazioni e per dar voce agli emarginati. Ma il mondo non è cambiato affatto. Mi chiedo perché devo andare avanti". Vedendo la platea del tour, con un pubblico che va da 16 ai 60 anni, dove i ragazzini sanno a memoria tutte le canzoni, oggi direi a mio padre che non si era sbagliato, che ne è valsa la pena». Ancora ricordi, ma questa volta sui difetti di papà, di cui si parla poco: «era un orso bruno, un rompiballe pignolo. E non capivo perché si volesse così male nonostante tutto il successo che ha avuto. Non era mai contento. Poi ho capito che è un male di vivere che hanno i veri artisti».

 
 
 
 
 
 
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