Un corso rapido su Shakespeare in lingua inglese e possibilmente non mortalmente noioso? Al Teatro della Tosse l'attore, drammaturgo e regista britannico Steven Berkoff presenta il suo one-man-show che non è esercizio narcisistico di fine carriera, ma sunto di una vita sulla scena: Shakespeare's villains. A masterclass in evil. Tutti i cattivi di Shakespeare, in scena fino a sabato 14 novembre, ore 21.
C'è Jago, la canaglia mediocre. Riccardo III, il cattivo geniale, il Picasso del male, il Saddam Hussein, il critico del quotidiano britannico The Sunday Times. Macbeth, il vorrei-ma-non-posso regicida, coadiuvato dalla crudeltà di cui si veste Lady Macbeth ("...come you spirits that tend on mortal thoughts unsex me here"). Il primo cattivo non italiano è Shylock, l'ebreo. E poi, colpo di scena, Hamlet, la canaglia dai capelli biondi, il cattivo studente, il filosofo che ci mette due ore a compiere finalmente il suo gesto violento. Simile, perché anche il figlio di mammà Coriolanus è prepotente e violento, perché è stato viziato da Volumnia, genitrice che lo adora.
E per concludere Oberon, il villain che, dietro un testo bellissimo, dà vita a una cornucopia di sessualità con l'aiuto del suo fido Puck ("che se gridato somiglia tanto a *uck", sottolinea con sorriso ammiccante Berkoff). In una carrellata da istrione consumato, che di cattivi ne ha masticati tanti (a teatro ma soprattutto sul grande schermo, in A Clockwork Orange, Barry Lyndon, in Beverly Hills Cop, nella seconda parte di Rambo e il generale Orlov nel film di James Bond, Octopussy), Steven Berkoff ci ha offerto un'intelligente lecture (vera e propria lezione) sulla bellezza della parola shakespeariana ("un drammaturgo capace di dipingere con le parole") e su una delle tematiche più ricorrenti dei testi del Bardo: la brama di potere che, mescolata a crudeltà, genera esseri umani mostruosamente accaniti gli uni contro gli altri.
Recitando gli episodi salienti che inquadrano la ferocia di questi capisaldi della violenza, tratti dalle più note tragedie shakespeariane - da Otello a Riccardo III, Macbeth e Amleto, Coriolano e ancora dal Mercante di Venezia fino alla commedia Sogno di una notte di mezza estate - Berkoff mette la sua arte d'attore, ma anche quella di regista e scrittore in questo Shakespeare's villains. A masterclass in evil, combinando insieme Shakespeare e la sua esperienza personale sul palco e dietro le quinte. Berkoff va anche in profondità su brevi parti di testo per restituirci possibili letture di alcuni celebri pentametri giambici.
Qui e là, uscendo dai testi - proprio come negli a parte shakespeariani - parafrasa le rime per spiegarle meglio, costruirci su una battuta, mimarle volgarizzandone il contenuto come un comico, ricordandoci che per gli attori e per le attrici essere politically correct è impossibile, se non dannoso e stupido. Commenta e fa autoironia sull'essere attore e temere, come si temono solo i più cattivi, l'arte della critica e tutte le sue manifestazioni, in particolare quella che esce sul Sunday Times.
Non si risparmia questo settantaduenne e sulla scena, nonostante un ubuesco ventre che accomoda di volta in volta, dopo un saltello, una cavalcata o un double o triple-take (voltarsi repentino della testa con sorpresa) tecnica su cui si dilunga clownescamente, entra nei panni del pedante docente, dell'attore caricaturale, dell'inteprete shakespeariano più ispirato, oppure per i ruoli femminili, ancora con mimica da clown ne veste i panni, seno, forme sensuali, unghie e rossetto compresi, per poi restituirne una versione pantomimica e melodrammatica. In un inglese raffinatissimo che sa saltare verso la versione scozzese per Macbeth, ma anche quella dell'americano di Al Pacino, in spedizione ad Oxford per intervistare the Iambic Pentameter Fundamentalists o l'inglese-italico di un ambasciatore italiano al cospetto del Bardo per chiedere di smetterla di inserire figure italiane nella parte dei cattivi, o l'inglese dell'ebreo Shylock, Berkoff è anche maestro di lingua.
Berkoff non fa teatro, o meglio non solo, si concede in tutti i registri, con una mimica del volto straordinaria e un'agilità ancora impressionante, per raccontarci con mente, corpo, voce il conflitto interiore di chi, non avendo accesso all'amore, si dedica all'odio, che spesso fa rima con sesso (bellissima l'immagine metaforica che Berkoff produce: "sesso e violenza hanno una stanza nello stesso albergo dell'esistenza umana"), peché the milk of human kindness non scorre nelle sue vene e come sostituto all'amore sceglie la conquista del potere. "All'epoca di Shakespeare l'amore era la cosa più importante, oggi giorno è passato in secondo piano, oggi c'è internet".