Stefano Massini, drammaturgo e regista fiorentino, è ospite a Genova con un nuovo testo di cui cura anche la regia - Donna non rieducabile. Memorandum teatrale su Anna Politkovskaja - in scena al Teatro Cargo solo venerdì 20 novembre 2009. Ci tiene subito a precisare: «Non ho cavalcato la cronaca, tant'è vero che questo testo l'ho scritto a soli sei mesi dalla sua morte, prima che diventasse un fenomeno. Personalmente trovo antipatico che appena qualcuno muore nel giro di due anni si debba celebrarlo con una fiction».
Sicuro nelle parole, autonomo nel pensiero e nell'esporlo, estremamente disponibile in una conversazione che ingaggia senza remore, né frapponendo barriere di alcun tipo, Stefano Massini è un drammaturgo puro che non mette le sue doti di scrittore al servizio di altri media. Si è già guadagnato la notorietà in Italia e all'estero con produzioni e pubblicazioni (tutti i suoi testi sono editi da Ubulibri) che hanno permesso ai suoi testi di circolare ed essere apprezzati. «Scrivo per un'urgenza comunicativa, ci sono temi, situazioni e personaggi che mi appassionano e che sento la necessità di comunicare a un pubblico per il tramite del teatro, altro non scrivo. Mi piace condividere con la gente le mie pulsioni e ciò che mi sta a cuore».
Per descrivere Donna non rieducabile. Memorandum teatrale su Anna Politkovskaja cita Roberto Saviano, che solo quattro giorni fa ha espresso la sua approvazione con parole che secondo Massini descrivono al meglio il suo lavoro: «È un atto di coraggio». Massini stesso è rimasto colpito dalla figura della Politkovskaja: «Con sempre maggiore facilità oggi utilizziamo il termine 'mito' per descrivere un personaggio, sia un calciatore, un personaggio della Tv, un amico. Anna Politkovskaja è un mito nel senso etimologico della parola, ovvero è un racconto, un racconto di coraggio. Lei si è schierata all'interno di un conflitto e non con la facilità di chi si schiera a favore di qualcuno o qualcosa e contro qualcun altro e qualcos'altro. Lei si è schierata a favore della verità dei fatti. Tant'è vero che quando le è stato chiesto - come ha scritto lei stessa - di schierarsi contro il governo russo e a favore dei terroristi ceceni, lei si è rifiutata. In un sistema come quello odierno terribilmente fazioso lei ha lasciato un insegnamento sulla verità senza preconcetti, né paletti».
Chi è che va in scena in questa tua pièce: la donna, la giornalista o la vittima?
«Ultimamente Anna Politkovskaja è diventata il paradigma della libertà di stampa, ma come dicevo prima ho scritto il testo nel marzo 2007 a sei mesi dalla sua morte (7 ottobre 2006) e ho voluto concentrarmi su un tema spartiacque che divide il teatro in performativo e informativo. Mi mancava - tra le cose che ho scritto e che ho anche portato a Genova - di far assistere gli spettatori a qualcosa che no fosse così noto, volevo narrare qualcosa su cui lo spettatore non era informato. E che cosa ci può essere di più informativo se non una giornalista reporter che si occupa della Cecenia, luogo se non proprio sconosciuto in Italia almeno nebbioso.
Tornando alla tua domanda ci sono certamente aspetti del carattere e della personalità della Politkovskaja che escono da questi materiali originali - il suo modo di guardare, ricordare e raccontare le cose - ma non ho voluto affrontare di petto il personaggio per non correre il rischio di entrare in un ambito emotivo che potesse diventare retorico».
Quali materiali originali della giornalista sono confluiti nella scrittura?
«Sono partito da suoi scritti, materiali video e testimonianze varie che ho trovato in rete, soprattutto in inglese, sulla stampa estera e anche dalle due pubblicazioni uscite in Italia da Adelphi e Fandango. Ho costruito 19 frammenti autonomi. Ora nello spettacolo ne sono rimasti 15 che hanno le caratteristiche di schegge di un bloc notes che danno conto del lavoro e del punto di vista della Politkovskaja giornalista».
Hai parlato di teatro performativo e informativo, ma allora si può parlare di una svolta nella tua scrittura?
«Ogni drammaturgo, e mi viene da dire anche ogni regista e attore, ha davanti a sé un percorso e penso che basarsi solo su una formula che vai avanti a copiare per mantenere fede a se stessi sia riduttivo e che invece occorra lavorare nell'idea di arricchirsi. Quella del teatro informativo è una strada che mi è piaciuto percorrere, nata da un mio interesse personale alla ricerca delle potenzialità altre del teatro».
E a gennaio sarai di nuovo a Genova, al Teatro della Tosse con Frankenstein...
«Ecco quello è uno spettacolo performativo in cui ho ritrovato la bellezza e riscoperto un'opera complessa, troppo spesso ricordata solo per alcuni stereotipi del gotico e dell'ambito scientifico a cui viene associata. È un romanzo che ho amato molto, tutto da esplorare, da leggere e rileggere. La storia incredibile sulla solitudine di una creatura di fronte alla disumanità del suo creatore. Una creatura che si ribella al creatore perché non capisce le ragioni della propria nascita».