Ha appena dismesso i panni di Louise in After the End e già sta per entrare in quelli di Mary, moglie di Peter, reduce di guerra con una ferita che lo ha costretto all'evirazione, in Bollocks!, un testo del drammaturgo inglese Lee Hall, che prende spunto da un lavoro dell'espressionismo tedesco, Hinkermann (1923), di Ernst Toller, per la regia di Pier Luigi Pasino e Vito Saccinto, in scena al Duse, dal 23 al 29 novembre 2009. È Barbara Moselli, attrice di origine bresciana, «spinta al teatro da zia Luisa», accolta e cresciuta alla Scuola di Recitazione del Teatro Stabile di Genova - «dove fin dal provino - spiega - mi sono trovata molto a mio agio». È tra le fondatrici del gruppo NIM - Neuroni in Movimento (composto da Matteo Cremon, Pier Luigi Pasino, Fiorenza Pieri, Vito Saccinto e Marco Taddei). «I NIM sono la mia famiglia - afferma solare e nervosa Barbara - il che è anche il nostro punto di forza, come ci ricordano in molti: essere un gruppo che quando è in scena lavora con una tale sintonia per cui difficilmente si vede emergere l'uno o l'altra interprete, ma si apprezza piuttosto il lavoro d'insieme». All'inizio NIM era per questi giovani interpreti appena diplomati «un'ancora di salvezza - prosegue Barbara - un modo per andare in scena e provarsi direttamente con un pubblico di fronte e smettere di essere impegnati in mille lavoretti che non c'entravano niente con il nostro percorso. Oggi NIM siamo noi ed è la nostra priorità, anche se poi ognuno lavora anche con altri».
Bollocks! è nato nell'arco di due mesi circa «ce la siamo presa con calma perché è la produzione su cui stiamo puntando molto, per farci conoscere e apprezzare come compagnia. Prima di questo lavoro ci sono state altre due cose, Il pergolato dei tigli, di Conor McPherson e Iris di Marco Taddei, che ha fatto qualche data nel 2007, dopo una prova aperta al Duse» e, prima ancora, una serie di 'prove' tra cui Amore... che fatica!.
«Con Bollocks! mi sono trovata a confrontarmi con un personaggio molto lontano da me. Fin dall'inizio abbiamo studiato il testo con l'intento di capire 'what's the play about', cosa voleva dire l'autore con questa storia. L'obiettivo era riuscire a trovare un accordo e un obiettivo comune. Vito (Saccinto) e Pilu (Pier Luigi Pasino) - i registi, ndr - ci hanno fatto fare esercizi e giochi a partire dal testo, che abbiamo studiato sempre agendolo e trasformando in azioni. Un lavoro lungo e di pazienza per capire, provando, cosa funzionava per ognuno di noi. Alla fine ci siamo trovati tutti d'accordo sul 'cosa raccontare': la difficoltà di accettare e affrontare i propri bisogni e i propri problemi. Tutto lo spettacolo gira intorno alla figura di Peter (Pier Luigi Pasino): lui è il nostro coro, porta avanti la storia con i suoi monologhi e parla con il pubblico ed è attraverso di lui che arriva la storia. Tutti i personaggi hanno una loro vita contrassegnata da una situazione problematica che tendono a non vedere puntando sulla 'normalità'. Per Peter è diverso, per lui tornare alla normalità è impossibile. Ed è la sofferenza che lo porta a trovare, dopo il buio più totale dell'abisso, un nuovo modo di guardare alle cose. Guardando davvero negli occhi le persone scopre il dolore di ognuno».
In Controtempo, l'ultima mise en espace della scorsa stagione teatrale, tratta dal Théorbe di Christian Simeon, Barbara Moselli era una ragazza francese, musicista, trasferitasi a New York per convivere con un fidanzato manager che viveva le ultime ore prima della tragedia delle torri gemelle sul filo di una tensione personale per un'audizione importante. «Come faccio spesso, una volta che ho la memoria di un testo, vado più a sensazioni con il personaggio, piuttosto che mettermi a studiarlo, anche se nel caso di Controtempo mi sentivo molto vicina a questa ragazza, così insicura e nevrotica, isterica e agitata - molto simile a me. Marco Sciaccaluga (regista) mi ha lasciato libera, dandomi input delicati che non mi hanno mai schiacciata e poi abbiamo cominciato lavorando praticamente da soli (con il cruciale supporto di Sarah Nicolini) perché il resto del cast era in tournée».
In After the End il personaggio femminile che hai interpretato era molto diverso: Louise è una ragazza spavalda, molto femminile, sicura di sé. «E infatti mi sono ritrovata a lavorare su una certa femminilità che non credo mi appartenga, neppure a partire dalla postura e dalla mia camminata: sono gobba e tendo a muovermi in modo maschile. Mi sono messa a lavorare proprio da lì: dalla camminata, dal raddrizzare il corpo e le spalle e muovermi in maniera più sinuosa. Insomma ho cercato una femminilità ammiccante, essere affasciante con il proprio corpo, cercare di piacere a partire da quello. E poi ho anche lavorato sulla forza di carattere di Louise e sul suo essere un po' spaccona e in qualche momento anche fascinosamente mascolina».
E all'orizzzone cosa si prepara per Barbara Moselli?
«Esuli con il Teatro Stabile e la tournée con Il misantropo della compagnia Gank. Forse nel 2010 riprenderemo la produzione del Teatro Cargo, Donne in guerra, ma si sa ancora poco.
Devo ammettere che negli anni della scuola - sempre per la mia insiucurezza - non pesavo neanche di riuscire a passare al secondo anno, quindi non mi rompevo tanto la testa sul futuro. Oggi mi piacerebbe come a chiunque fare del cinema, ma credo di non essere fisicamente giusta. La Tv invece non mi ispira per niente, però per soldi...».
E se potessi scegliere di lavorare con qualche nome importante del teatro, chi sceglieresti?
«Valerio Binasco e Cristina Pezzoli, perché entrambi chiedono agli interpreti un grosso lavoro su se stessi che è quello che mi interessa. Sul palco invece lavorerei volentieri di nuovo accanto a Eros Pagni, con cui mi sono trovata davvero bene, nonostante la soggezione iniziale in Morte di un commesso viaggiatore».