Un'operetta? Neanche per sogno. Un'opera musicale resa fiaba dal cinema.
La Vedova Allegra, anche se è definita come un'operetta in tre atti o Tanzoperette di Victor Léon e Leo Stein, su musiche di Franz Léhar, moltissimi la percepiscono e la trattano piuttosto come lavoro operistico: il motivo, come ricorda Enrico Girardi nel libretto dell'allestimento in scena al Carlo Felice da venerdì 27 novembre (per la regia di Federico Tiezzi, la direzione musicale di Christopher Franklin e la coreografia di Giovanni Di Cicco), è che "propone a livello musicale una partitura prodigiosa" (amata da Mahler e Puccini) perché ricca di "tesori di melodia, armonia e orchestrazione", senza contare "i ritmi di danza che ne costituiscono lo scheletro" musicale tra cui galop, marcia, mazurka, valzer, polka, polacca, kolo, ecc.
Federico Tiezzi (1951), regista, drammaturgo e attore, nome noto soprattutto nel teatro di prosa (è direttore del Teatro Metastasio di Prato), ma attivo fin dagli anni Settanta anche nel teatro musicale, da cui è fortemente affascinato - e che lo porta alla lirica nel 1991 con una regia di grande successo, Norma al Teatro Petruzzelli di Bari, cui seguiranno La Traviata, Il Barbiere di Siviglia, Carmen, I Vespri Siciliani e Nella Giungla della Città di Bertold Brecht.
Ed è proprio il drammaturgo tedesco del teatro epico a segnare questa sua versione de La Vedova Allegra. «Amando Ascesa e caduta della città di Mahagonny di Bertold Brecht e Kurt Weil ho sempre immaginato che quei song dovessero molto a La Vedova Allegra, forse semplicemente per una cantabilità maggiore rispetto ad altri lavori di Weil. Per questo ho immaginato La Vedova Allegra come un precedente di Mahagonny inserendovi un siparietto brechtiano e un rimando al varietà».
Al posto della disillusione che caratterizza la Belle Epoque in cui in origine è ambientato il libretto, Tiezzi sposta l'azione circa vent'anni più avanti (dal 1905 al 1929). «È l'oro l'elemento essenziale di questa regia e dalla graticcia pioveranno soldi, tanti soldi perché è il denaro il motivo della pièce. Non ho cambiato, né immaginato niente, ho messo semplicemente in squadra, come direbbe Amleto, quello che nel libretto già esiste. Certo la traduzione è stata una bella fatica perché ci siamo ritrovati con un libretto incrostato di roba: note e invenzioni di cantanti di tutti i tempi per cui, con il mio assistente Francesco Torrigiani, abbiamo cercato di eliminare tutte le escrescenze e aggiungere indicazioni e grafici relativi alla Borsa e al PIL per spostare l'azione nel 1929. Ho fatto questo perché all'epoca del debutto (a Trieste nel giugno 2009) sembrava inevitabile rispetto alle incalzanti notizie d'attualità».
Da commento sociale e storico, non privo di «soluzioni scherzose e divertimento» Tiezzi fa passare questa operetta per il registro della fiaba così com'è stata interpretata e riletta nel mondo del cinema da Erich von Stroheim nella versione muta del 1925 e da Ernst Lubitsch nella versione sonora del 1934. «Von Stroheim in particolare fa de La Vedova un film buio e oscuro dove domina il potere del denaro, che fa emergere il lato oscuro della vedova Hanna Glawari. Il che non significa che abbia puntato su una regia tetra, tutt'altro ho lavorato come mi indicava la partitura su leggerezza e malinconia, sentimento che scava in ognuno di noi. Sotto la musica che non rasserena, c'è la fine di un mondo sotto i colpi delle rivoluzioni imminenti e delle guerre future. Non c'è più Freud, c'è Proust. Ma soprattutto c'è Ibsen». Proprio dal Peer Gynt parte la regia di Tiezzi e in particolare da due battute del dramma: "Voglio diventare imperatore di tutto il mondo" dice Gynt e alla domanda come? risponde: "Con il potere dell'oro".
Tiezzi ha lavorato molto anche per far emergere il lato teatrale di questo lavoro, ecco che Ibsen è di nuovo tra le sue fonti accanto a Goldoni. «Secondo me con Hanna Glawari si arriva alla fine di un percorso che parte dalla Locandiera di Goldoni e che passa per la Nora ci Casa di Bambola di Ibsen, un percorso intorno alla figura della donna. Goldoni è un punto fermo che fa nascere nel suo teatro una nuova figura della donna. In questo ideale percorso identitario la donna acquista statuto vivo, presente e centrale proprio attraverso il denaro. Così la Vedova da ochetta di campagna diventa uccello del paradiso».