Ugo Dighero torna a casa, dopo il 'botto' fatto con la fiction Tv Un medico in famiglia. Torna a calcare il palcoscenico chiamato dal regista Giorgio Gallione per Italiani, italieni, italioti, una nuova produzione dell'Archivolto che lo vede per la prima volta in scena al fianco della Banda Osiris, impegnato su testi di Michela Serra. Lo spettacolo è al Teatro Modena da giovedì 26 a sabato 28 novembre 2009, ore 21.
«Il teatro è il mio pane - afferma deciso Dighero - mi sento a mio agio e poi mi appassiona lo studio, il rapporto diretto con il pubblico. Insomma, è sempre il primo nella mia classifica. E lavorare con Gallione è un piacere. Anche questa volta si parte da un materiale molto vario - monologhi, canzoni, rime, ballate - L'aspetto geniale della sua operazione è che lui ha sempre già il quadro d'insieme in testa ma lo rivela nella sua complessità per gradi e quasi magicamente. È sorprendente».
A partire dal titolo, emerge l'idea che si finisca per spianare la figura dell'essere italiano/a oggi. Non sarà un rischio in un periodo già abbastanza critico? «Come Ugo Dighero, devo dire che lo trovo addirittura troppo benevolo. Ma forse perché personalmente sono in una fase per cui vorrei che i miei figli se ne andassero all'estero al più presto. Perché il vero problema non è Lui, siamo noi, tutti noi. Se lo spettacolo fosse visto da uno straniero, penserebbe si tratti di un fantasy, di qualcosa di irreale. Invece molte delle battute sono dichiarazioni realmente rilasciate dalla nostra classe politica e dirigente, quella stessa che a partire da Tangentopoli è rimasta compromessa in un sistema che funziona solo a mazzette. Perciò i talenti sono tagliati fuori e i ricercatori non avendo soldi se ne vanno all'estero. Il nostro è un paese distrutto, con un potere che si esprime in modi grotteschi. In scena tutto questo è molto divertente ma anche molto deprimente.
L'unica cosa che ci può salvare è una catastrofe che ci rada al suolo».
Carlo Macrì, uno dei quattro elementi della Banda Osiris (vedi foto sotto), conferma: «è una riflessione ironica e drammatica sull'oggi. Il nostro compito è rendere più leggero il pensiero di Michele Serra, addolcire un po' la pillola - insomma - per un testo parecchio pregnante. Gallione ci ha anche 'costretto' - afferma ridendo - ad arrangiare e rileggere alcuni brani musicali tra cui tre di Giorgio Gaber (Il potere dei più buoni, La legge e Salviamo sto' paese) e uno di Dario Fo, Canto degli italioti - da cui il titolo - dallo spettacolo Settimo ruba un po' meno del 1964. Una sfida interessante in cui siamo anche chiamati a recitare, con un doppio impegno che ci mette al lavoro sul testo e la parola. È un passo in avanti dopo ventanni che usiamo solo la musica. E Dighero è un attore e cantante bravissimo, a tutto tondo».
Il personaggio di Dighero non ha un nome, è uno spettatore dell'oggi italiano sommerso dalle notizie, per cui in scena percorre un tempo e uno spazio ingombrato da giornali e schermi televisivi. «Un personaggio in cui mi riconosco completamente - dice Dighero - che guarda al mondo con stupore più che con rabbia, mentre assiste al rovesciamento della realtà, di tutte le regole e resta perplesso, stupefatto. Dopo tutti gli accadimenti il risultato è la resa. È uno spettacolo molto divertente, ma io sono così incattivito contro questa realtà che ci circonda che alla fine sento molto il messaggio che è di una tristezza disarmante: un popolo insensato il nostro che premia chi la mette nel culo agli altri, un nuovo tipo di dittatura che approva chi frega meglio. Al mio fianco questi straordinari attori funamboli e musicisti, la Banda Osiris».
Gallione ha chiesto alla band di eclettici e scanzonati musicisti di recitare. «La cosa difficile è che non entriamo in un personaggio ma dobbiamo rendere in modo espressivo articoli di giornale e altre cose non scritte da noi. Come dicevo ci è anche stato chiesto di lavorare su sonorità più impegnate, per cui devo ammettere abbiamo fatto scuola a Parla con me di Serena Dandini, dove continuiamo a presenziare ma con un impegno un po' più diluito. Così per esempio sul tema del razzismo abbiamo usato L'italiano di Totò Cotugno per denigrare i luoghi comuni sugli stranieri e l'abbiamo riscritta come fosse cantata da arabi, cinesi, tedeschi. C'è anche una ripresa e riarrangiamento di Bella Ciao, una versione molto commovente che fa da sottofondo e si lega ad un brano struggente sulla crisi della sinistra, amplificandone il messaggio in modo poetico. C'è anche Imagine di John Lennon e Il potere dei più buoni l'abbiamo riletto come un valzer di un gruppo che fa liscio. In scena tutti gli strumenti possibili: quattro ocarine, fiati, strumenti elettronici e chi più ne ha più ne metta».