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Maurizio Maggiani
© foto: www.ansaldi.it  -  Maurizio Maggiani ritratto da Gianni Ansaldi
 

Osterie d'Italia compie vent'anni

 
La guida di Slow Food festeggia l'annivesario ospitando gli scritti di personaggi illustri. Tra questi Maurizio Maggiani, che introduce alla sezione ligure. Leggi la sua prefazione
 
eventi
Osterie d'Italia - Il sussidiario del mangiarbere all'italiana, la guida dedicata ai locali dove si pratica la migliore cucina regionale edita da Slow Food, festeggia vent'anni (leggi la notizia su mentelocale.it).
In occasione dell'anniversario, l'edizione 2010 presenta prefazioni regionali scritte da personalità del mondo della cultura, del giornalismo e dello sport, come Marco Albarello, Folco Portinari, Lella Costa, Pietro Bianchi, Francesca Neri, Klaus Dibiasi, Alberto Sinigaglia, Tullio Avoledo, Tonino Guerra, Massimo Cirri, Enrico Vaime, Giovanna Marini, Neri Marcorè, Raffaele Colapietra, Antonietta Caccia, Alessandro e Giuseppe Laterza, Marino Niola, Gaetano Cappelli, Vito Teti, Roy Paci, Gavino Sanna. La sezione ligure è stata introdotta da Maurizio Maggiani.

Qui sotto vi proponiamo il testo scritto dall'autore spezzino per la guida Osterie d'Italia, gentilmente concesso da Slow Food Editore.
 
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Genova, 27 novembre 2009
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di Maurizio Maggiani
   
 
L'intervista
Secondo lo scrittore Maurizio Maggiani, osteria è un concetto più che un'insegna. Un posto dove ogni pellegrino può ripararsi, trovare ristoro e compagnia, come si legge nella sua bella prefazione alla sezione ligure per la guida Osterie d'Italia, che trovate qui a fianco. Dopo il mitico Stelvio, oste che ha frequentato per 15 anni, lo scrittore fatica a trovare un posto altrettanto accogliente. «Io sono un abitudinario, non come stile di vita, ma perché ho bisogno di certezze», dice. E dove le trovi? «Per ragioni affettive vado spesso in romagna, dove hanno una vera passione per l'ospitalità. La cucina è molto proteica, grassa. Quella ligure è tendenzialmente più vegetariana». Ma le differenze non finiscono qui: «i romagnoli hanno una tradizione di ospitalità, e una passione vera per la cucina. Nella nostra regione la mentalità è più: arraffare ai turisti che vengono a romperci le balle a casa nostra. Per questo motivo in romagna non hai quasi mai la sensazione di essere fregato. In Liguria abbiamo un 10% di eccellenza assoluta». Cosa ti piace mangiare? «Di tutto, non ho preferenze. Spesso quando vado all'estero i miei ospiti commettono l'errore di portarmi in un ristorante italiano credendo di farmi un piacere. Invece preferisco provare le specialità del luogo, perché la cucina è un elemento molto importante della vita. Di recente in Germania ho mangiato un fantastico stinco con birra non fermentata. Ecco, il sushi invece proprio non mi dice niente». C'è qualcosa che contraddistingue l'anima dell'osteria secondo te? «Alla fine penso sia la sensazione di sentirsi a casa. La cucina come fosse quella della mamma o della nonna, l'ospitalità, la mancanza di orari e di menù. A volte puoi anche trovare qualcuno che fa un pisolino sul tavolo dopo pranzo». Daniele Miggino

Maurizio Maggiani
Dopo aver svolto decine di professioni è approdato alla letteratura. Nel 1987 ha vinto il Premio "Inedito - L'Espresso" con il racconto Prontuario per la donna senza cuore. Con Il Coraggio del pettirosso (1995) ha vinto il Premio Viareggio e il Premio Campiello; con La Regina disadorna (1998) ha vinto il Premio Alassio e nel 1999 il Premio Stresa di narrativa e il Premio Letterario Chianti. Nel 2005 ha vinto, con il romanzo Il viaggiatore notturno, i premi Premio Ernest Hemingway e Premio Parco della Maiella e il Premio Strega. Collabora con il quotidiano Il secolo XIX e col La Stampa. Per Feltrinelli pubblica dei podcast sotto il titolo Il viaggiatore zoppo. Nel 2008 ha pubblicato il cd Storia della meraviglia, con Gian Piero Alloisio. [fonte Wikipedia]

So cos'è un'osteria, e so anche cosa non è. Lo so cos'è perché ci sono cresciuto dentro, e so cosa non è perché mi viene sempre più difficile trovarne una per invecchiarci.

Dai quindici anni in poi, finché non ha chiuso, sono andato a ripararmi da Stelvio; Stelvio era appunto un'osteria, e il nome che portava era il nome del suo oste. Un'osteria è innanzitutto questo: il suo oste. Stelvio era grande grosso, di indole criminaloide, di modi affabili, di contegno igienico insalubre. Aveva una moglie che nessuno ha mai saputo come si chiamasse, e sua moglie gli stava come un guanto: lui mesceva e lei lavava, lui intratteneva e lei cucinava, lui faceva il furbo e lei ci passava sopra. In ogni caso resta il fatto che Stelvio sapeva fare il suo mestiere, e la sua osteria è morta con lui.

La natura dell'osteria, e conseguentemente del suo oste, è ben definita nella parola stessa. L'osteria ha radice dalla lingua romana non scritta, poi occitano, poi romancio: sostal, hostal, hospital. Ovvero: riparo. L'osteria ha la stessa radice e funzione dell'ospedale: deve riparare e proteggere, ed, eventualmente, guarire. Stelvio lo faceva, altri lo fanno ancora. Riparare dal freddo e dal caldo, dalla fame e dalla sete; proteggere dalla solitudine e dalla calca, dalla cucina creativa e dalla prenotazione obbligatoria, salvare dalla depressione e dall'inappetenza. Per questa ragione l'osteria è un presidio culturale e sociale, psicologico e alimentare; un presidio di base. Dove non ci si va per mangiare e bere bene, ma per il modo e il tempo in cui bene beviamo e mangiamo, se ne abbiamo voglia, se ne abbiamo i mezzi. Perché un riparo è anche questo: benevolenza ospitale. Sempre di turno.

Dunque l'osteria deve avere sempre pronto qualcosa per accogliere chiunque arrivi a ripararcisi. Qualcosa da mangiare, qualcosa da bere, ma non solo. Un giornale da leggere, così, tanto per sapere come va il mondo adesso che ce lo siamo lasciati fuori, un mazzo di carte anche se fosse solo per fare un solitario; e l'oste, sempre l'oste, che ti chiede come va, e capisce al volo chi sei e da dove vieni, se è meglio lasciarti lì a bere il tuo bicchiere o chiederti ancora se per caso sai se sono passati i Dico in parlamento o se hanno venduto Cacà. E un po' di gente; altri che come te hanno trovato un buon riparo, perché non c'è niente di più mortificante che sorprendersi soli in un'osteria.

Una buona osteria la si riconosce anche perché il giornalaio vicino, o il vigile di turno, o la commessa dell'abbigliamento all'angolo si fermano un attimo a salutare l'oste.

Da Stelvio c'erano sempre almeno due vini da mescita, e nessuno dei due ti lasciava con il mal di testa, anche se costavano l'uno il doppio dell'altro. Il vino non è mai rimasto lo stesso per troppi anni di seguito, perché Stelvio non smetteva mai di cercare e di scegliere. Da Stelvio c'erano sempre i crostini di fegato sotto la campana, le acciughe sott'olio nel vaso sopra il bancone e la mortadella sull'affettatrice e la coppa accanto. E il pane per queste e per quella; ma pane buono, pane che Stelvio andava a prendere con la bicicletta in un forno all'altro capo della città, perché niente può essere buono se non è buono il pane dove ce lo metti sopra. Poi, a certe ore, sua moglie portava in sala le frittelle di baccalà, la cima, la trippa lessa, e tutto quello che aveva voglia di fare quel giorno. La gente imparava presto a entrare e prendersi un tavolino quando quello che le piaceva era ancora caldo, o già freddo, a seconda dei gusti. E a proposito di caldo e freddo, un'osteria per essere un riparo decente deve essere tiepida d'inverno e fresca d'estate; quando è troppo calda o troppo fredda, fa peggio che a restarsene fuori per la strada.

Non c’era una carta del menù da Stelvio, ma dei biglietti di taccuino a quadretti attaccati qua e là, che a dire il vero non erano quasi mai attendibili, perché annunciavano cose perlopiù passate e lui si dimenticava di cambiarli. Ma non ci ho mai letto su “zucchine dell’orto di zia Pina” e “tagliatelle della madia di mamma Maria”, come ho invece constatato allibito la scorsa settimana nel menù di una hostaria. Tra l’altro, la zia di Stelvio deve essere morta di dispiacere senza aver mai visto un orto, e sua madre, se mi ricordo bene, se ne era andata via di casa con un rappresentante di biancheria senza lasciare ai suoi figli neanche un pacco di spaghetti.

Stelvio faceva la spesa al mercato alle cinque di mattina, prima di andare a dormire, e quello che non trovava al mercato se lo faceva mandare da chi sapeva lui, senza star a scomodare la famiglia. Stelvio e sua moglie vivevano nell’osteria e dormivano al piano di sopra, e in questo c’è una ragione generale: un oste non va a lavorare all’osteria, ma ci vive nella sua osteria. Come un medico davvero coscienzioso lo riconosci perché ti dà l’impressione di viverci nel suo reparto, non semplicemente di farci i turni.

Ora so bene che Stelvio è morto da vent’anni, ma so anche che se ha ragione di esistere un riparo che val la pena di chiamare osteria, non può essere molto diverso dal suo, non in ciò che è la sua essenza. Infatti mi tocca fare dei gran chilometri, ma ancora riesco a trovarne; non è un caso che riesca a trovarle in quei paesi e in quei quartieri dove la gente non ha ancora smesso di volersi bene: voler bene a ciò che è, a ciò di cui ha bisogno, a ciò che riesce a fare e a offrire di sé. Non sarà certo un caso che l’osteria dove mi sento meglio riparato è nel cuore della Garfagnana, il luogo che la mia anima ha scelto per elezione.

Detto questo, aggiungerò che ho un criterio molto personale e rude per selezionare preventivamente il luogo dove intendo cercare riparo; infatti prima di entrare guardo bene come si chiama. Se per caso accanto al suo nome ci trovo “antica”, tiro diritto. Antico è un manoscritto, antica è una civiltà, una rovina, una lingua, antica può essere persino un’anima. Ma un’osteria può solo essere vecchia, se la è. E non ci trovo niente di male se per caso è nuova, anche se non mi è mai capitato di trovare un’insegna con “nuova osteria…”. Purché sia quella che deve essere per potersi fregiare della sua antica missione di umana pietà.

 

 
 
 
 
 
 
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