Sono passati circa dieci anni da quando, nella stagione '98/'99, Ascanio Celestini debuttava con lo spettacolo Cicoria. In fondo al mondo, Pasolini, scritto, diretto e interpretato con Gaetano Ventriglia sull'immaginario nell'opera di Pasolini (presentato nella rassegna romana Senza fissa Dimora, al festival VolterraTeatro 99 e finalista alla Pergola di Firenze per Il Debutto di Amleto).
Da allora il cantore di storie Celestini è rimasto fedele a se stesso, estremamente disponibile: con quel suo modo gentile e un po' stupito, mai frettoloso, risponde alle domande con parole che escono allineate come dirette da un pifferaio magico, che sono già una storia, per entrare sempre nel profondo delle cose.
«Per me scrittura e regia o interpretazione non sono attività separate», afferma rispondendo alla mia domanda sui diversi ruoli che da sempre incarna nel suo teatro. «È un po' come il cuoco che va al mercato a fare la spesa e sceglie tutti gli ingredienti, torna e si mette a lavare e cucinare le verdure e poi magari serve anche in tavola. Fa tutto parte di uno stesso lavoro: andare al mercato, cucinare e servire in tavola, per lui è tutto parte del portare in tavola un piatto. Per me è la stessa cosa. Mi vien da mettere in dubbio quella catena di montaggio dello spettacolo che prevede l'attore, il regista, poi se ci sono dei movimenti ci vuole il coreografo, per le scene bisogna chiamare lo scenografo e il costumista per i costumi e poi alla fine il regista, che non è capace a fare nessuna delle precedenti cose, fa quello che mette tutto insieme. Un meccanismo in cui rintracciare la ragione di spettacoli di routine o noiosi, come potrebbe essere la marmellata del supermercato a confronto di quella fatta da mia madre che è andata a raccogliersi i mirtilli, ecc.».
All'inizio il lavoro di Celestini ci ha portato dentro favole, leggende e miti che raccontavano origini e gesta eroiche di un tempo. In un secondo tempo si è concentrato sull'attualità indagando realtà del nostro tempo di lavoro o di cura. Indagini differenti o percorso all'interno di una stessa rotta?
«Non sono uno storico e quindi non vado nella storia per la Storia, e non sono neanche un giornalista e quindi non mi occupo dell'attualità per indagare il presente. Quando faccio le mie interviste non cambia se sto di fronte a un partigiano o a un giovane lavoratore precario. In realtà a me interessa l'individuo e la sua storia personale: da dove viene, la sua famiglia, la sua formazione e dove vive. Il rapporto è umano non sono sulla notizia. Quello che faccio per me è sempre scrivere per il teatro, raccontare delle storie come strumenti che utilizziamo da sempre per comunicare e confrontarci con il contemporaneo. Anzi se la storia perdesse questa relazione con il presente rischia di non servire, di perdere di significato. Si tratta sempre di equivoci da sfatare: se parli del passato sembra che non stai affrontando il presente. Tuttavia anche parlare del presente per alcuni è rischioso perché sarebbe opportuno quel certo distacco, ma io non ci credo. Nel libro Lotta di classe (Einaudi, 2009, pp. 236, 18,50 Eu), riporto di quattro incontri, quattro storie, di quattro personaggi che raccontano ognuno il proprio punto di vista».
Raccontare storie che cosa significa in un tempo in cui la verità è un concetto sempre più amorfo, maneggiato, riadattato, riscritto, smentito e adattato all'uso, si tratti della questione del clima o di dichiarazioni d'intenti di figure autorevoli?
«La verità? Mah, guarda, è un concetto di cui bisognerebbe fare a meno, valido per le chiacchiere al bar o per le aule universitarie, perché può essere usato ormai solo in maniera demagogica. Anzi, ti dirò, è incredibile che non sia ancora nato un partito della verità».
Tu vai a teatro? Per piacere o per lavoro? Cosa pensi del teatro italiano oggi?
«Non vado tanto quanto vorrei, ma lo faccio per piacere. Poi se organizzo festival come mi è capitato a Roma per 4 anni con Bella Ciao, prima che arrivasse Alemanno, lo faccio come iniziativa politica per portare il teatro lì dove non c'è. Direi che ci sono persone interessanti oggi, per esempio Giuliana Musso, Gaetano Ventriglia con il suo lavoro sull'attore, ma anche Veronica Lanciani. Mi sembra però che in Italia ci sia ancora un teatro estetizzante e uno autoreferenziale che ripete se stesso fino alla noia. All'estero, per esempio, il teatro nazionale è legato al patrimonio culturale e un orgoglio, ma è una nicchia, perché per il resto il teatro per loro è quello internazionale. Al momento sto seguendo la tournée di miei testi in Francia e in Belgio e scopro modi molto diversi di interpretare il mio lavoro. Fabbrica per esempio va in scena con 5 diversi interpreti, due attori e tre cantanti».
Su cosa stai lavorando?
«A un film per il cinema: La pecora nera dove sono sia regista che attore, mentre per la sceneggiatura ho lavorato con Vilma Labate e Ugo Chiti a partire dal materiale dello spettacolo».