23 aprile 1945, dintorni di Urbe
Da Genova è arrivata qualche frammentaria notizia, nella cascina dove ha sede il comando della mia brigata. Si dice che il Governo clandestino della Liguria stia per decidere l’insurrezione. Abbiamo discusso a lungo, come se noi, da quassù, potessimo avere qualche influenza sull’andamento degli eventi. Gli alleati sono a La Spezia, ancora troppo lontani: ammesso che la città riesca a insorgere, come difenderla sino al loro arrivo? Dubbi, pareri opposti, in molti si sono accalorati. Io ho già deciso. Devo andare a Genova.
Il comandante era contrario, scuoteva la testa, “non puoi andartene adesso, dobbiamo impedire una ritirata tranquilla ai tedeschi. Dobbiamo prendere la carrozzabile”. “Lo potete fare anche senza di me. Io domani voglio essere a Genova”.
“Ma se ci arrivi vivo sarà un miracolo, io non ti posso dare neanche un uomo. E lo sai che i valichi sono pieni di tedeschi”.
Niente da fare, il mio posto, ora, è la città.
24 aprile 1945, sera, dintorni del passo del Turchino
Un quarto di luna ha reso più semplice il mio cammino sino alla valle. Più che di cammino, in realtà, si è trattato di un precipitare sconnesso lungo il pendio. Ho evitato accuratamente i sentieri. Tedeschi e fascisti, che a Genova hanno il fuoco al culo, sono ancora pericolosi. Sono mosso come da una strana, illogica e pericolosa euforia. La macchia è rischio, agguati, tensione, ma anche noia, attesa, insofferenza. Un anno e mezzo di silenzi sempre prossimi a essere interrotti. Dei rumori della natura, di fitte boscaglie, sentieri, ruscelli, prati. Adesso ho voglia di città. Ho camminato costeggiando il torrente, incespicando come un bambino insicuro lungo le sponde irregolari. Il monotono scorrere dell’acqua troppe volte sovrastato dal borbottio dei mezzi tedeschi in lontananza. Devo per forza muovermi di notte, di giorno nessuna boscaglia mi potrebbe inghiottire, nella limpida luce di questa primavera.
Ho raggiunto la cascina quando già il sole rosseggiava dietro ai monti e restituiva colore ai boschi di castagno, dopo il nero indistinto della notte.
Luogo familiare, luogo amico. Ma non era affatto scontato che anche stavolta, con questo gran movimento di crucchi poco distante, avrei trovato qualcuno disposto a darmi asilo nella stalla e a condividere un po’ di minestra scipita.
Mi è andata bene, la contadina mi ha fatto entrare in silenzio. I suoi figli mi hanno riconosciuto e mi hanno fatto festa. Si sono ricordati subito della mia specialità: “Raccontaci Sandokan!”, mi hanno gridato. La madre ha intimato loro il silenzio; sui loro visi è comparsa una smorfia di delusione. “Questa volta niente Sandokan, ragazzi, mi dispiace”, ho detto. L’inverno appena passato è stato lungo per tutti: tedeschi e alleati fermi sulla linea gotica. Sono sceso spesso quaggiù in cerca di compagnia.
La contadina mi ha fatto cenno di seguirla. Si è affacciata per prima sulla soglia, si è guardata attorno ed è uscita.
Io l’ho seguita, in silenzio, osservando il suo sedere abbondante, la sottana lunga, i calzettoni. Mi sono ricordato dei suoi seni grandi. Mi ha fatto cenno di salire sul soppalco del fienile. Le ho teso una mano, per aiutarla a salire a sua volta, ma lei si è schermita: “Ci sono i bambini di là”.
Non ho insistito, in fondo cascavo dal sonno. Fra poco mi immergerò nel poco fieno superstite di questa povera stalla e che Dio me la mandi buona.