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genova  >  spettacoli  >  C'era una volta il rock
kurai
 

'Kurai': Francesco Zago si dà al dark

 
Il disco dell'omonimo progetto musicale del compositore lombardo. Un gruppo rock e un'orchestra da camera danno vita a sonorità cupe ed essenziali. Di Riccardo Storti, dalla community
 
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5 gennaio 2010
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di Riccardo Storti
   

Proseguiamo la nostra passeggiata tra i più recenti titoli dell’etichetta milanese AltrOck.

Avete mai sentito parlare degli Yûgen? Il loro Labirinto d’acqua è stata la prima produzione uscita dalla fucina di Sesto San Giovanni. Album eccezionale che avrebbe meritato molta più risonanza, benché per nulla facile e diretto. Una felice coniugazione di un gruppo rock con un'orchestra da camera. Mentore di sì articolato progetto, il chitarrista e compositore Francesco Zago che oggi, con altri Yûgen, dà vita ai Kurai. In giapponese kurai significa scuro ed in effetti – già dalla copertina – siamo già pronti ad affrontare l’umbratile passo di questo omonimo esordio discografico. Che, per ironia, si chiude con una composizione denominata White.

Musica contemporanea che spazia nella rarefazione del suono e sparge isolate molecole timbriche in una prospettiva essenziale, nitida, paradossalmente lucida nonché affascinante. Il clarinetto basso proviene ordinato dal bagno di anarchia calcolata di Bitches Brew di Miles Davis (Einigermassen Ruhiger, La folgore nera), ma il pianoforte raccoglie una rigorosa eredità viennese (Lento #1) in mezzo a qualche ritaglio bartokiano (Strassenleuchte); le percussioni svolgono un ruolo concreto, quasi di richiamo ambientale come il gocciolio dell’acqua in Still Water. Il caos emerge prepotente per poi rintanarsi nel silenzio del buio (L’eco delle fiamme, Treffpunkt), mentre alcuni calibrati interventi di arpa sembrano trasformare il suono in brandelli di luce (L’oscurità naturale delle cose, Fuoco pallido).

Il contrabbasso mima quasi il rumore prodotto dal dondolio sornione di un vascello ancorato in rada sotto l’effetto di venti impietosi e impetuosi (Peter was there too). Un gioco di sinestesie musicali ancora sporche di eterne luci ligetiane e metastasi alla Xenakis. Inoltre c’è Zago che si diverte soprattutto ad ordire trame atmosferiche servendosi di ben tre mellotron (M300, M400 e Skellotron) messi a disposizione da un noto collezionista giapponese (Ryo Sekine).

Significativa e programmatica l’epigrafe - posta in coda al libretto – tratta dal frasario dell’artista Mark Rothko: The dark is always at the top.

 
 
 
 
 
 
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